di Matteo Bernardi
Sono cresciuto a Roma e l’automobile, per me, non è mai stata solo un mezzo: è una macchina da sentire, da liberare. Ed è forse per questo che la storia di Rohan Kapoor e Jack Reichert mi ha colpito in modo diverso da come avrebbe potuto colpire un lettore qualsiasi.
Due ragazzi di diciotto anni, studenti alla Unionville High School in Pennsylvania, con un budget di cinquanta dollari, mentre i grandi costruttori mondiali come Toyota, Stellantis, Volkswagen e BMW investivano miliardi in piattaforme elettriche, software di controllo delle emissioni e sistemi ibridi di quarta generazione, loro hanno pensato in piccolo. Hanno creato GoGreen, un filtro stampato in 3D che si aggancia direttamente al tubo di scarico di qualunque veicolo termico. Il dispositivo usa acqua, alghe e una fonte luminosa per creare un ambiente favorevole alla fotosintesi, che converte il biossido di carbonio in ossigeno. Durante i test, i livelli di CO₂ sono scesi dal 14,1% al 2,8%, mentre l’ossigeno è aumentato dallo 0,77% al 10,4%: una riduzione delle emissioni di oltre il 74%.
Ragionando in maniera utopica, se ogni automobile in circolazione nel mondo adottasse questo sistema, le emissioni globali di carbonio potrebbero diminuire di oltre 5,4 miliardi di tonnellate all’anno. È un calcolo teorico ovviamente, ma fa impressione, soprattutto se lo si legge in controluce con i dati reali, dove il settore dei trasporti ha emesso 8,4 gigatonnellate di CO₂ equivalente nel 2024, rappresentando il 15,9% delle emissioni globali totali. Le automobili e i camion leggeri, da soli, sono responsabili di quasi il 17% di tutti i gas serra globali.
L’idea non è nata dal nulla: i ragazzi si sono ispirati alle ricerche del professor Isaac Berzin del MIT, che aveva esplorato l’uso delle alghe per catturare il biossido di carbonio. La scienza alla base è solida. Nelle giuste condizioni di crescita, la percentuale di cattura del CO₂ da parte delle alghe può raggiungere il 99%, e una fornitura lenta di gas di scarico aumenta addirittura il tasso di crescita degli organismi coltivati. L’assorbimento di CO₂ da parte delle alghe è circa dieci-cinquanta volte superiore rispetto a quello delle tecnologie di assorbimento tradizionali. Non è fantascienza: è biologia applicata.
Rimangono però le domande difficili, e sarebbe scorretto ignorarle. Il filtro include strisce LED posizionate strategicamente sia sulla parte cilindrica che su quella a scatola, per garantire una fonte luminosa continua indipendentemente dalle condizioni esterne. I componenti metallici svolgono anche una funzione cruciale di gestione della temperatura per evitare che le alghe si surriscaldino nell’ambiente ad alta temperatura dello scarico. Ma il problema termico resta aperto: i gas di scarico di un motore a combustione interna raggiungono temperature tra i 300 e i 700 gradi Celsius, condizioni ostili per qualsiasi organismo biologico, per quanto resistente. Ad oggi non esiste uno studio accademico indipendente e peer-reviewed che dimostri il risultato su larga scala: il filtro GoGreen va trattato come un prototipo promettente, non come una soluzione pronta per tutte le automobili. I ragazzi lo sanno e il loro prossimo obiettivo strategico è collaborare con la EPA, l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti, per esplorare l’implementazione reale del sistema su scala più ampia.
Ora, da studente di Management a Parigi, abituato a ragionare su strategie aziendali, modelli di business, analisi costi-benefici, mi chiedo: cosa ci dice questa storia sul sistema? Ci dice che l’innovazione reale non sempre nasca dove i capitali vengono concentrati, ma piuttosto che esistano soluzioni semplici che l’industria non ha interesse a esplorare, e non perché impossibili, ma in quanto non adatte ai meccanismi di profitto consolidati. Un filtro da cinquanta dollari non produce margini, un’auto elettrica da quarantamila euro sì…
Non sto demonizzando la transizione elettrica. Ho visto girare una Porsche Taycan su pista e ho capito che il futuro dell’automobile può essere entusiasmante anche senza rumore (purtroppo). Ma il problema dell’elettrico è noto: richiede infrastrutture, capitali, tempi. E nel frattempo ci sono centinaia di milioni di veicoli termici in circolazione in tutto il mondo che non verranno sostituiti in dieci anni, e forse nemmeno in venti. GoGreen ha già circa 500 filtri operativi in Indonesia, un segnale piccolo ma significativo, ed i mercati emergenti, dove l’infrastruttura per l’elettrico è ancora lontana, potrebbero essere il terreno più fertile per questo tipo di soluzione.
GoGreen non è la soluzione definitiva. Le alghe hanno bisogno di luce, di manutenzione, di condizioni specifiche per sopravvivere. Le variabili climatiche e geografiche complicano qualsiasi applicazione su larga scala al momento, ma questa è la prova che esistano strade non battute, che l’ingegno distribuito, quello nato in un garage di periferia, o in un laboratorio universitario, valga quanto un reparto R&D da mille dipendenti, se non di più a volte.
Gli orologi che colleziono mi hanno insegnato una cosa: la perfezione meccanica non dipende dalla dimensione del pezzo. Spesso sono i componenti più piccoli, un rubino, una molla, o una vite da mezzo millimetro a fare la differenza tra un movimento che funziona e uno che si fermi. GoGreen mi sembra esattamente questo. Un piccolo componente, quasi invisibile, capace di tenere in moto qualcosa di molto più grande.
