di Walter Virga

È sotto gli occhi di tutti il declino in cui versa la Nazionale di calcio italiana che ben rappresenta, in fin dei conti, il declino dell’intero movimento calcistico italiano.

Il fatto che in 4 anni una squadra italiana sia stata due volte finalista, seppur perdente, della massima competizione europea, e che altre abbiano vinto trofei certamente meno prestigiosi ma, comunque, degni di nota, non smentisce che il livello di salute del nostro calcio sia da codice rosso.

Ed infatti, se guardiamo solo alla massima serie, e in particolare alle squadre d’elite, è evidente che potremmo farci un’idea sbagliata posto che, come è ovvio, i Clubs che ambiscono alla vittoria nelle massime competizioni continentali hanno all’attivo rose di campioni, alcuni anche italiani, che non rappresentano però il movimento di base che, a partire dalle scuole calcio, arriva sino ai campionati minori dilettantistici.

Il problema, infatti, è proprio nella individuazione, formazione e selezione di giovani e giovanissimi potenzialmente in grado di intraprendere la carriera professionistica.

Dal 2006 – anno dell’ultima vittoria iridata – in poi si è infatti assistito ad un impoverimento tecnico delle nuove leve che, a fronte di un assoluto miglioramento dal punto di vista tattico, non vengono più, almeno molto sposso, nemmeno allenati a compiere gesti tecnici che, oltre ad essere la parte più bella del calcio, rappresentano ciò che, il più delle volte, consente di portare a casa un risultato positivo.

La capacità, spesso innata ma bisognosa di continuo allenamento per tutta la carriera, di saltare l’uomo, di inventare soluzioni tecniche in grado di creare scompiglio tra le linee difensive avversarie, la fantasia intesa come capacità di risolvere problemi tattici attraverso “invenzioni” tecniche è stata, infatti, sacrificata sull’altare della mera velocità e prestanza fisica.

Molto spesso, infatti, giovani promettenti non vengono presi in considerazione dalle selezioni giovanili di molti Clubs proprio per “carenze fisiche” quando, invece – e la storia del calcio lo insegna – questo sport è rimasto uno degli unici in cui, ovviamente in riferimento a certi ruoli, un baricentro basso e delle leve relativamente corte possono essere un vantaggio.

La costruzione dell’azione dal basso, diventata ormai pressoché obbligatoria ha sì, da una parte, formato una generazione di portieri e difensori tecnicamente in grado di usare bene i piedi – e certamente non rimpiangiamo i “macellai” di una volta, alla Montero per intenderci – ma ha fatto sì che il gesto tecnico da centrocampo a salire perdesse di importanza di fronte alla capacità di applicare gli schemi.

Si potrà dire che anche il mitico Barcellona di Pep Guardiola puntava molto sulla costruzione dell’azione attraverso innumerevoli scambi e passaggi ma, e non è un dettaglio, quella era una squadra formata da 11 campioni di livello assoluto ed ineguagliabile alcuni dei quali – penso a Messi – probabilmente hanno rappresentato il massimo livello mai raggiunto da un calciatore in tutta la storia di questo sport.

Se, senza scomodare quell’Olimpo di campioni, guardiamo anche all’Italia che ha vinto i mondiali nel 2006, ci accorgiamo che il livello tecnico era infinitamente superiore rispetto a quello attuale e ciò senza bisogno alcuno di cervellotici schemi sempre identici a se stessi, senza l’ideazione dei così detti “braccetti” ma, semplicemente, grazie al fatto che quasi tutti i giocatori di riferimento erano in grado di stoppare la palla con naturalezza anche se proveniente da un lancio lungo, di effettuare passaggi di 60 metri con precisione millimetrica – penso a Francesco Totti – di saltare l’uomo con naturalezza  – vedi Del Piero e Gilardino – di impostare un’azione imbeccando con un passaggio a sorpresa un compagno in procinto di attaccare lo spazio e, contemporaneamente di tirare punizioni micidiali, penso chiaramente ad Andrea Pirlo.

Ovviamente che tali giocatori si siano ritrovati insieme a vincere un mondiale è un caso fortuito del destino…ciò che non lo è, invece, è che sin da bambini questi giocatori siano stati incoraggiati ed allenati per sviluppare al meglio le loro capacità tecniche il più delle volte innate.

Se pretendiamo che, all’opposto, la linea di confine tra un giovane promettente e uno che non lo è sia rappresentata essenzialmente dalle doti fisiche, allora continueremo ad avere una nazionale mediocre, composta da giocatori mediocri e che, ovviamente, andrà verso risultati mediocri.

A scanso di equivoci non intendo certamente dire che tutti i giovani aspiranti calciatori dotati di buone doti tecniche individuali ma esili o di bassa statura possano diventare Messi o Maradona.

Intendo semplicemente dire che la bellezza del calcio non può essere sacrificata sull’altare di un atletismo che ha senso in altri sport come il nuoto o l’atletica  – specie nelle gare su brevi distanze – ma non in uno sport di squadra dove il “deficit” fisico di un attaccante o di una mezza punta può benissimo essere compensato da un modulo che consenta al giocatore più tecnico di muoversi tra le linee con libertà e senza bisogno di limitarsi a “fare il compitino”.

Se riusciremo ad invertire la rotta nel corso di una decina d’anni torneremo a livelli dignitosi se non competitivi; in caso contrario tanto varrà, per noi spettatori, concentrarci sul tennis o su altri sport che, al momento, ci danno di sicuro maggiori soddisfazioni.

Post Scriptum: ovviamente non c’è nulla da dire sulla scelta della Federazione di incaricare Gennaro “Ringhio” Gattuso alla guida della Nazionale che appare in linea con lo sfascio generale ….nessun altro era disponibile e, dopo l’orrenda era di Luciano Spalletti, possiamo solo galleggiare in attesa, nel breve periodo, di un colpo di fortuna che alcune volte ci ha aiutato a superare i momenti più difficili ma, ripeto, questa è una soluzione transitoria perché la Nazionale è solo il risultato dei lunghi anni precedenti che servono per creare giocatori in grado di incantare i tifosi e, alla fine, di far vincere la squadra.