di Walter Virga

Quando un Sovrano muore ci si interroga sempre sull’incidenza che lo stesso ha avuto durante il suo regno e sul lascito che il suo governo avrà nel futuro.

Quando, poi, il Sovrano è anche alla guida di una religione, come nel caso del Papa, l’incidenza deve necessariamente essere valutata anche in riferimento ad aspetti certamente afferenti non solo al governo temporale ma, se non soprattutto, a quello spirituale.

La morte di Papa Francesco, Sovrano nonché Pontefice Massimo e Capo della Chiesa Cattolica, così come quella di ogni Papa, comporta che, appunto, la riflessione verta sui due campi appena detti: quello temporale e quello spirituale.

Ora, dal punto di vista temporale chi scrive non ha elementi tali da poter esprimere un punto di vista approfondito anche perché, come almeno sembrerebbe, non mi pare che ci siano state particolari rivoluzioni – e magari non dovevano nemmeno essercene – all’interno del governo della Chiesa.

Un dato di fatto è però oggettivo: Papa Francesco ha fermamente e duramente combattuto i fenomeni di pedofilia che sovente hanno afflitto la comunità clericale.

Lo ha fatto senza indugi, con coraggio e forza entrando nel merito delle scabrose vicende e punendo duramente i colpevoli; questo è un merito che la Storia dovrà riconoscergli.

Dal punto di vista spirituale, però, la questione diventa un po’ più complessa perché, nella premessa che chi scrive non è un teologo, sorgono alcune domande che, non potendo più nessuno rivolgerle al Pontefice, rimarranno senza risposta.

Ed infatti, il pontificato di Francesco si è caratterizzato sin da subito per una “mediaticità” assolutamente in linea con i tempi e ciò, per fugar ogni dubbio, è senz’altro un merito perché, essendo la Chiesa “universale”, non può chi la rappresenta rivolgersi ai miliardi di suoi fedeli se non con l’utilizzo dei moderni canali comunicativi che, ormai, sono gli unici in grado di trasmettere dei messaggi incisivi.

Ciò vale anche per il linguaggio utilizzato dal defunto Pontefice: il fatto di aver parlato in modo diretto e senza fronzoli ha fatto sì che il suo pensiero potesse raggiungere con facilità i destinatari.

Ma, c’è un ma!

Se si analizza con un minimo di attenzione il pontificato appena terminato non può non rilevarsi che, a fronte di rivoluzionarie aperture in linea con il sentire comune dei fedeli, come ad esempio in materia di omosessualità e ammissione dei divorziati ai sacramenti, a fronte di dichiarazioni non è però seguita alcuna effettiva modifica rispetto ai dettami del catechismo della Chiesa Cattolica.

Mi spiegherò meglio.

Il Papa ha, tra le sue prerogative, quella della infallibilità e della custodia dei dogmi della Chiesa.

Ciò significa – non dimentichiamo che il papa è un monarca assoluto e, dal punto di vista teologico, il successore di Pietro alla guida della Chiesa e, quindi, il vicario di Cristo -, che ciò che lo stesso decide “deve”, non “può”, essere tramutato immediatamente in dottrina e, quindi, in regole della Chiesa.

Ciò, però, avviene quando il Papa parla o scrive ex cathedra, vale a dire proprio nell’esercizio della sua condizione d’infallibilità nelle definizioni che egli dà in materia di fede e di morale.

Le aperture ai divorziati, la sostanziale accettazione della condizione di omosessualità (celebre sul punto la frase di Francesco “chi sono io per giudicare”) ha certamente fatto breccia nei cuori dei fedeli e ha certamente reso la Chiesa più inclusiva.

Ma queste aperture, però, non si sono mai e poi mai tramutate in effettivi atti di esercizio del potere pontificio sicché, proprio perché effettuate non ex cathedra ma durante interviste o incontri pubblici, non hanno minimamente mutato la condizione degli omosessuali e dei divorziati – così come quella delle donne che abortiscono, anche se vittime di stupro – condizione che, attualmente, continua ad essere quella della scomunica late sententiae, vale a dire una scomunica automatica che, per la dogmatica cattolica comporta la condizione di esclusione dalla comunità dei cristiani e quindi, sul piano spirituale, la dannazione eterna dopo la morte.

Ora, è ovvio che chi porta sulle spalle un fardello immenso, come quello che porta un Pontefice, non può certamente agire né d’impulso, né con troppa velocità perché, e qui rientra la componente “politica”, alcune “riforme”, se così possiamo chiamarle, necessitano di complicatissimi accordi ai vertici dell’Istituzione e tali accordi, come ben insegna la storia, se non si trovano non possono essere comunque superati dall’esercizio del potere assoluto di cui gode un Sovrano.

Ogni qual volta ciò è successo, o era in procinto di succedere, il Sovrano, nella migliore delle ipotesi, ha incontrato non poche difficoltà nel suo cammino.

Nel caso dell’apertura ai divorziati e agli omosessuali è probabile, ma non lo sapremo mai, che se Francesco avesse, come era in suo potere farlo, modificato il Canone Cattolico, buona parte della componente conservatrice della Chiesa, mi riferisco ovviamente ai Cardinali vicini al pensiero del precedente Pontefice Benedetto XVI, non l’avrebbero presa benissimo e, in un momento in cui le Chiese si svuotano, i Seminari si desertificano e, in generale, l’appeal del cattolicesimo non è ai suoi massimi storici, il rischio di uno scisma sarebbe stato troppo grande.

Se, però, dal punto di vista politico è evidente che la scelta di Francesco appare più che giustificata anzi, direi obbligata, dal punto di vista dogmatico apre delle brecce di non poco rilievo.

Ed infatti, sebbene non pronunciate sotto l’egida dell’infallibilità, le aperture di Papa Francesco hanno da un lato certamente riavvicinato molti fedeli alla Chiesa ma, dall’altro, hanno confermato una sorta di tendenza, a dire il vero di antichissima e nobilissima origine, che vede alcune volte il Cattolicesimo, ma in generale il Cristianesimo, uscire vincente dall’inesorabile mutamento dei cicli della storia per mezzo di una qual certa lassità delle regole di base che, se non proprio ricadenti sotto il detto “todos caballeros”, vengono molto spesso interpretate un po’ alla bisogna.

Non di rado, infatti, i Sacramenti vengono somministrati anche a chi, come appunto i divorziati e gli omosessuali, stando alla regola non abrogata, non potrebbero averne accesso perché, sempre stando alla regola, volutamente postisi in condizione di peccato mortale.

La scelta è, in ultima istanza, rimessa non ai vertici – come, giusto o sbagliato che sia dovrebbe essere – ma ai singoli preti che, a seconda della loro sensibilità e della comunità di fedeli ai quali si rivolgono, decidono liberamente di essere progressisti o conservatori; il che, come ognun vede, è in palese conflitto con una organizzazione, quale la Chiesa Cattolica, che invece si basa su dogmi non interpretabili ma di doverosa applicazione.

Orbene, probabilmente la forza della Chiesa e, ovviamente per chi ci crede, anche la sua atemporalità ed eternità, sta proprio in questo consentire un po’ a chiunque di fare come ritiene, al limite pentendosi con animo sincero e privo di riserve mentali.

Così facendo, ovviamente, si sopravvive al mutare dei tempi perché, di fatto, si rende “fluido” un qualcosa che, come il dogma, nasce invece per essere rigido e solido.

Dicevo prima che, in fin dei conti, la Chiesa ha sempre fatto così.

Mi limiterò a ricordare quello che, probabilmente, deve considerarsi il vero fondatore della Chiesa come oggi noi la conosciamo, sto ovviamente parlando di San Paolo.

Ai tempi di Paolo, infatti, uno dei problemi era quello di riuscire a convertire al cristianesimo i pagani.

Sempre a quei tempi, però, tra i dogmi dei cristiani vi era quello della necessità della circoncisione, esattamente come per l’Ebraismo dal quali, non dimentichiamolo, il Cristianesimo discende.

Ora, se circoncidere un neonato era un’operazione abbastanza semplice, fermo restando l’assenza a quei tempi di anestetici e antibiotici, per gli adulti poteva diventare quantomeno più impegnativo.

Ed allora l’idea geniale di Paolo fu quella espressa nella Lettera ai Galati 6, 12-18, in cui Paolo afferma “Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. 13Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. 14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. 15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. 16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. 17D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.”

La circoncisione, quindi, perdendo la sua necessarietà fisica viene ricondotta più ad una attitudine dello spirito e, quindi, può essere abbandonata. Si tratta, come è evidente, di una rivoluzione che, se parlassimo profanamente in termini di marketing, rappresenterebbe quasi la quadratura del cerchio.

Se poi andiamo un po’ più indietro nel tempo e risaliamo alle prime comunità cristiane, in un tempo in cui era ancora diffuso il cristianesimo gnostico, considerato da Pio X “l’eresia delle eresie”, colpisce il fatto che, con l’ampliarsi del numero di cristiani, la confessione, che un tempo proprio per essere ancor più penitenziale doveva essere pubblica, divenne privata nel senso che oggi conosciamo; vale a dire sostanzialmente un rapporto trilaterale tra il confessando, il confessore (in qualità di intermediario) e Dio.

Mi è sempre sorto il dubbio, ma di questo non credo ci siano fonti storiche a supporto, che uno dei motivi sia stato il fatto che, a fronte della lettura biblica che offre innumerevoli esempi di uomini che giacevano con altre donne oltre alla moglie – forse il più esperto in tal senso fu Giacobbe –, il dover confessare il peccato di infedeltà in pubblico, magari in presenza del proprio ignaro coniuge o dell’ignaro coniuge dell’altra parte in causa, avrebbe rappresentato una seria “barriera d’entrata” nei confronti dell’ampliamento del numero di fedeli. Ma questa, però, è solo una congettura.

Tornando a Papa Francesco, quindi, direi che le aperture alla “modernità” hanno senz’altro riavvicinato molti ad una fede sempre, però, più libera da vincoli e regole e, di fatto, quasi paradigmatica di quel relativismo che invece proprio la Chiesa ha sempre considerato peggiore dei mali.