di Walter Virga
La morte del Pontefice, al di là di ogni considerazione intorno alla sua figura, già oggetto di un mio precedente articolo edito su questa Testata, dà anche la possibilità di svolgere qualche brevissima riflessione sulla prassi di attuare nei confronti della salma del defunto Papa procedure volte alla sua conservazione al fine di renderlo ostensibile ai fedeli per un determinato numero di giorni che, secondo la Regola vaticana, è pari a tre.
Orbene, tale procedura, che assume oggi il nome di “tanatoprassi” ed è accessibile a molti (stesso trattamento, infatti, è stato riservato, ex multis, alle spoglie del tenore Luciano Pavarotti) è, in realtà tradizionalmente utilizzata, fin dall’antichità, per i corpi dei sovrani o di chi rivestiva cariche di apicale prestigio.
Ovvio il riferimento ai faraoni d’Egitto ma, non dimentichiamolo, alla mummificazione – o imbalsamatura, a seconda dei casi – sono stati sottoposti anche leader quali Lenin, Stalin e Mao.
In sostanza, quindi, sembrerebbe a prima vista che la conservazione del corpo, almeno per un determinato numero di giorni, funga da simbolo dell’imperituro lignaggio del personaggio deceduto il quale, a differenza degli altri comuni esseri umani, non viene mostrato nella sua decadenza post mortem,quasi a volerne confermare una sorta di immutabilità estetica destinata a sconfiggere anche la naturale decadenza del corpo.
Questa spiegazione è senz’altro corretta tanto dal punto di vista psicologico ex latere dell’osservatore, il quale non vede il proprio leader marcire inesorabilmente a causa della morte e, quindi, tenderà a considerarlo quasi “ultra umano” ma anche, se non forse soprattutto, ex latere del morto stesso che, ritengo, avendo raggiunto in vita determinati apici rifugge l’idea che il proprio corpo possa rapidissimamente subire la deformazione, ancora una volta estetica, legata alla morte.
Il punto, che sino a quanto sino ad ora detto potrebbe apparire se non banale, almeno ovvio, diventa però più interessante se si considera il fatto che la decomposizione legata alla morte inizia, sostanzialmente, già al momento del decesso e si manifesta in tutti i suoi più spiacevoli effetti, quali perdita di liquidi corporei, lassismo della mandibola, rigor mortis, colorito della pelle tendente al verdastro e, soprattutto, emanazione di effluvi maleodoranti al limite della tollerabilità (da qui, infatti, l’usanza di contornare le salme di fiori proprio per coprirne l’odore insopportabile già dopo poche ore).
Orbene, questa rapidità della decomposizione a fronte di una vita magari lunga e, nel caso di chi arriva ai vertici delle umane glorie, anche adornata da potenza, onore, rispetto e, in alcuni casi, venerazione se non divinizzazione – come nel caso dei faraoni – confligge proprio con l’idea che si ha di una sorta di perduranza della forma del corpo anche nel momento in cui esso diviene nulla più che un agglomerato di organi, tessuti e liquidi privi di ogni energia biologica in grado di preservarne non soltanto la funzionalità ma anche la stessa immagine esteriore.
Ma la perdita della propria esteriorità a fronte di una trasformazione irreversibile, e destinata a peggiorare con il rapido passare delle ore dal momento del decesso, si pone in netto contrasto con l’idea che noi stessi abbiamo del nostro essere che, proprio perché basato anche sulla fisicità, viene a perdere senso e significato non appena, a causa del trapasso, non diveniamo più riconoscibili per come eravamo abituati a vederci e per come gli altri ci vedevano.
Il tutto, lo ribadisco, è a mio avviso legato soprattutto al tempo brevissimo in cui ciò avviene perché tale tempo confligge nettamente con un processo che, all’inverso, necessita di decenni per giungere dalla forma esteriore del neonato a quella dell’anziano.
Il paradosso sta proprio in questo: una lunga vita per assumere le caratteristiche esteriori della vecchiaia, iconograficamente rappresentata, almeno nelle immagini maschili, quale manifestazione esteriore della saggezza (molte divinità, infatti, dal Dio Cristiano a Odino nella mitologia norrena a Zeus/Giove nella tradizione greco romana appaiono come vecchi dalla lunga barba) per poi scoprire che in poche ore dopo la morte si assomiglia di più ad oggetti putridi di cui si cerca di tenere a bada l’odore nauseante.
Questa dicotomia, legata a dire il vero alle tradizioni che pongono alla base del culto dei morti la preservazione del corpo e non la sua distruzione tramite le fiamme o l’agire di animali selvatici alla mercè di quai i corpi venivano lasciati, rende inevitabile dover intervenire proprio per illudere e illuderci che l’involucro del nostro corpo abbia una sorta di perduranza formale anche al cospetto del cessare delle sue funzioni.
Ecco, allora, che probabilmente tutto ciò che viene fatto per preservare il corpo dallo sguardo di chi lo vedrebbe rapidamente trasformarsi in altro rispetto alla sua forma in vita, probabilmente rappresenta l’ultima forma di preservazione e possesso del proprio Ego, ormai dissoltosi, il quale, sino al punto della morte continua a prevalere, per dirla con Jung, sul proprio Es che, proprio perché posto nella più oscura e difficilmente raggiungibile profondità dell’Essere, non ha forma ma sola Volontà.
Fino all’ultimo, invece, tendiamo ad optare per la conservazione della forma anche paradossalmente quando essa non ha più altro significato se non il pallido ricordo di ciò in cui ci riconoscevamo guardandoci allo specchio.
