di Walter Virga

Prima di scrivere queste brevissime riflessioni, per onestà intellettuale devo confessare che sono interista.

Lo dico perché, a differenza di altri articoli da me redatti su questa Testata nei quali il mio punto di vista politico e culturale era ben evidente ma, comunque, in qualche modo rientrante all’interno di discorsi più generali nei quali, o nei meandri dei quali, era possibile scorgere comunque l’obiettività che mai deve mancare quando si è degli intellettuali, nel caso dell’Inter ciò non avviene.

Come per tutte le fedi, quelle vere intendo, non quelle bon a tout faire, che permettono di comportarsi all’opposto dei precetti imposti e poi pentirsi e sentirsi dei veri osservanti, quella per l’Inter è, per me, una vera fede pertanto mai e poi mai negherò di essere un estremista religioso della Beneamata.

Ciò detto, e nella speranza che questa stagione non si concluda con un clamoroso “zero tituli” di mourignana memoria, forse, appunto per un minimo di obiettività che, seppur con difficoltà cerco di mantenere, ormai sono entrato nell’ottica di idee, sperando di sbagliarmi, che la trionfale cavalcata dei neroazzurri possa risolversi in un secondo posto in campionato, nella mancata vittoria della Champions e in un piazzamento non tra le prime tre nel mondiale per club, la Coppa Italia, invece, è ormai solo un ricordo.

Ebbene, se anche così dovesse essere, da fedele interista non posso far altro che rammentare a tutti coloro i quali oggi mettono in dubbio il loro Credo neroazzurro dopo la, aimè abbastanza scontata, sconfitta con la Roma che, in caso di vittoria del Napoli in casa contro il Torino, di fatto quasi certamente consegnerebbe il campionato ai partenpei (con il corollario di un insopportabile effluvio di pizza e sfogliatelle, con sottofondo di mandolino intonante “O sole mio” e “Maradona è meglio e Pelè”, scenario, questo, oggettivamente ripugnante) che comunque l’aver lottato sino all’ultimo per ottenere tutto ciò che si poteva sperare di vincere, senza scegliere di sacrificare l’uno o l’altro obiettivo, se da un lato denota forse una scarsa cautela nella gestione della rosa a disposizione – certamente non facilitata da un calendario che definire sfortunato sarebbe riduttivo – dall’altro è indice di una fiducia nei propri mezzi e nella serietà e dedizione dei nostri calciatori e dell’allenatore che è degna solo di ammirazione.

Certamente, se così dovesse finire (ma non è ancora detto!), tanti seguaci di credi eretici come ad esempio i devoti della squadra torinese simbolo degli immigrati arrivati nel profondo nord per costruruire autovwetture, il cui nome, come Gandalf nel signore degli Anelli in riferimento alla lingua di Mordor, non nominerò in questa sede perché empia, passeranno qualche mese a prenderci in giro e a rivangare il nostro famoso 5 maggio di tanti anni fa…immemori delle loro ben sette finali perse di Champions.

Ma va bene così, la fede si misura nella difficoltà e nel fallimento, non nella vittoria e nel giubilo.

E, alla fine, valgano le parole del nostro sacro Inno “Io non rubo il campionato ed in serie B non son mai stato”.

E poi, diciamo la verità, collegandomi al titolo di questo breve articolo-sfogo, abbandoniamo l’idea per la quale se non si vince si è dei perdenti: se non si vince, semplicemente, si perde ma ciò non significa che la sconfitta non possa avere onore se è preceduta dal massimo sforzo per ottenere la vittoria.

Nella mia Inter questo sforzo l’ho visto e ne vado fiero e poi finisca come deve finire, sarà stato comunque un bel viaggio e, ritorno sull’argomento, la Mole torinese è ormai macchiata da tante e tali nefandezze che, se anche il nostro Duomo non brillasse di per sé grazie alla madunnina aurea alla sua sommità, brillerebbe comunque quale simbolo di onestà e dedizione; ovviamente del Napoli, e di Napoli, non parlo considerandolo esclusivamente un incidente della Storia.