Di Walter Virga

Partiamo dall’inizio, Valentina. Ti do del tu perché sono allergico agli inutili formalismi giornalistici. Parlaci di te e del tuo percorso umano e artistico.

Ci vorrebbe probabilmente un saggio per raccontare davvero il mio percorso umano e artistico!

Credo che chi nasce con un fuoco interiore attraversi molte vite prima di trovare la propria forma autentica — e, attraverso percorsi di consapevolezza, impari a riconoscersi davvero. Sono nata in una piccola provincia del Nord, a Forlì, ma fin da subito ho sentito che mi stava stretta. Dopo il liceo sono “fuggita” a Roma — nel vero senso della parola — per inseguire il sogno della recitazione. Roma mi ha accolta, ma anche scossa: è una città che ti mette alla prova, che ti tempra, che non ti regala nulla. Però mi ha insegnato tantissimo, e mi ha permesso di attraversare mondi e persone molto diverse, perché non ho mai voluto chiudermi in un ambiente solo.

Il percorso da attrice mi ha dato tanto, ma sentivo che mancava qualcosa. Ogni esperienza, ogni ruolo, ogni ferita mi riportavano alla stessa domanda: cosa voglio davvero essere? Da lì è iniziata la mia seconda vita, quella della regia e della scrittura, che oggi considero la sintesi naturale di tutto ciò che ho vissuto e imparato. Scrivere e dirigere per me significa dare forma alla visione, unire parola, gesto e immagine in un atto creativo totale. È quello che mi tiene sveglia la notte, che mi dà energia e senso. E credo che questo derivi anche dal mio modo di vivere l’arte in modo trasversale: sono appassionata di teatro, cinema, musica, pittura, architettura, simbolismo, esoterismo… tutto confluisce, in modo quasi alchemico, dentro le mie creazioni. Oggi sento di aver trovato quel tassello mancante che  mi permette di unire tutte le parti di me, di dare voce alla mia sensibilità e di trasformarla in visione condivisa.

Mi pare di capire che tu abbia svolto anche un profondo percorso interiore. Vorresti darci la tua definizione di questo viaggio e di come hai affrontato l’ombra?

A mio avviso, chi ha davvero l’Arte dentro – e “Arte” la scriverei con la A maiuscola – non può evitare di confrontarsi con la propria ombra. È attraverso quel dialogo, spesso silenzioso e doloroso, che si riesce a vedere la riflessione dei propri punti di luce. Il mio viaggio nell’ombra è iniziato presto, da un’adolescenza complessa e conflittuale. Poi è arrivata la mia “fuga” nella grande città, e con essa lo scontro con la vita vera, quella che non risparmia colpi. Ero una giovane donna, ingenua e piena di sogni, ma anche molto esposta. Roma, in questo senso, è stata la mia grande scuola: mi ha fatto crescere, ma anche attraversare esperienze difficili, a volte dolorose, che mi hanno spinta a guardarmi dentro con coraggio.

La svolta più profonda è arrivata con una grande prova fisica e spirituale: un errore medico che mi ha costretta a sette interventi chirurgici nell’arco di quasi dieci anni. È stato un periodo di oscurità totale, di smarrimento, in cui non vedevo più la via d’uscita. Eppure, proprio lì, nel buio, qualcosa si è accesa. Forse un richiamo dall’alto, forse la mia stessa volontà di salvarmi. Ho iniziato un percorso di rinascita attraverso la psicoterapia, la spiritualità, la conoscenza dei piani sottili dell’esistenza. Tutto questo ha avviato dentro di me una trasformazione profonda, una sorta di alchimia dell’anima. Ma soprattutto è giunto in mio soccorso il teatro: decidendo di portare in scena il mio vissuto – senza dichiararlo – in uno spettacolo teatrale, “la gabbia di carne” ho avviato un vero e proprio processo di sublimazione del dolore in atto artistico.

Negli anni ho compreso una cosa fondamentale: saper perdonare è uno degli atti più complessi, ma anche più evolutivi della nostra esistenza. I nostri primi grandi maestri sono nostro padre e nostra madre, perché è da loro che impariamo la ferita, ma anche la possibilità della guarigione. A questi maestri, nel tempo, ho aggiunto il teatro, la scrittura e il cinema — che mi hanno salvata, permettendomi di trasformare il mio spleen interiore attraverso la creazione. Ancora oggi questo processo è vivo. Mi sento una sorta di alchimista, che trasforma continuamente la propria materia interiore in visione artistica. La mia arte nasce da lì: dal tentativo di dare forma e senso a tutto ciò che mi attraversa, per restituirlo al mondo come possibilità di consapevolezza e rinascita.

Mi sembra che tu abbia studiato non solo il linguaggio di scena, ma anche quello che viene prima, più profondo. È corretta la mia interpretazione?

Assolutamente sì. Direi che la tua interpretazione è perfettamente corretta, perché tutto il mio percorso, a ben guardare, segue un filo rosso profondo e coerente. Per oltre quindici anni ho lavorato come attrice — ho iniziato giovanissima a studiare recitazione, a soli quattordici anni, nella mia provincia, e poi proseguire gli studi a Roma. La recitazione è stata per me il primo vero viaggio psicologico e introspettivo, un modo per esplorare la mente umana attraverso l’identità di un altro. Entrare in un personaggio significa inevitabilmente incontrare se stessi, e questo per me è stato un processo formativo potentissimo. In seguito, i percorsi di analisi e di ricerca personale mi hanno portata alla scrittura e ad un Master in psicologia. È stato come riscoprire una parte di me rimasta silente, ma sempre viva. Da lì è nata la mia esigenza di unire le due cose: tutto ciò che avevo imparato come attrice — il lavoro sulle emozioni, sulla memoria, sulla verità scenica e i percorsi di consapevolezza –   li ho fatti confluire nella regia e nella direzione degli attori, fino alla sceneggiatura cinematografica, dove questi strumenti diventano fondamentali. Approfondire il metodo Stanislavskij e Strasberg, è stato un privilegio. Sono metodi che non si limitano alla lettura e alla memorizzazione di un testo, ma ti costringono a un confronto profondo con la tua psiche. Anche l’approccio grotowskiano aggiunge una dimensione quasi esoterica al lavoro dell’attore, riportando il teatro alla sua funzione originaria: quella di rito, di catarsi collettiva. Credo che la recitazione sia, di per sé, una forma di terapia dell’anima. La psicofisiologia del teatro dimostra come il corpo non distingua tra ciò che percepisce e ciò che immagina: per questo il processo teatrale ha un potere trasformativo reale. È una via d’accesso alla verità emotiva — e, nel mio caso, è diventata la base su cui oggi poggia tutta la mia scrittura, la mia regia e il mio modo di vivere l’arte.

Adesso che i lettori ti conoscono un po’ meglio, parliamo del tuo nuovo progetto: il Metodo Ghetti, i Laboratori Sublimanti.

Ebbene sì — dopo tanti anni di lavoro come attrice, sceneggiatrice e regista, questo per me è un anno cruciale perché nasce il Metodo Ghetti – Laboratori Sublimanti, frutto di un lungo percorso di ricerca e di vita. È un metodo che porta il mio cognome, ma che in realtà appartiene a tutti coloro che scelgono di attraversarlo. Ogni laboratorio è un percorso creativo dove si uniscono recitazione, scrittura e messa in scena in un’unica esperienza trasformativa. Il lavoro parte dal metodo Stanislavskij, prosegue con la scrittura creativa (ispirata al viaggio dell’eroe) e culmina nella realizzazione di un monologo originale e inedito, scritto insieme a ciascun partecipante. Ogni laboratorio ha due fasi: la prima è di introspezione, studio, la seconda è di costruzione scenica, dove il gruppo diventa una vera compagnia teatrale. Si lavora con luci, costumi, memoria e presenza scenica, fino alla messa in scena pubblica del monologo. L’obiettivo non è terapeutico in senso clinico, ma artistico e liberatorio. Attraverso l’arte, ciascuno può rielaborare un episodio o un’emozione personale, trasformandola in un atto creativo e simbolico. Si parte sempre da una scintilla di verità — un frammento di vissuto — che viene poi trasfigurato in un linguaggio poetico e scenico. Ogni partecipante crea così il proprio “protagonista interiore”, un alter ego simbolico ispirato magari a figure reali, letterarie o cinematografiche: quel personaggio che avremmo sempre voluto essere e che diventa il portavoce della nostra storia. Il dolore, l’esperienza, la fragilità — tutto viene trasmutato in arte, sublimato in una forma che può essere condivisa. In fondo, è questo il cuore del Metodo Ghetti: dare forma e voce a ciò che dentro di noi chiede di essere espresso. Trasformare l’esperienza in visione, il limite in linguaggio, e il vissuto in una vera e propria opera scenica.

Oltre al sottoscritto, che ha già avuto la fortuna di lavorare con te, a chi consiglieresti di frequentare il tuo metodo?

Prima di tutto, vorrei dire che anche per me è stato un grande onore dirigerti nell’Apologia di Socrate. Ricordo perfettamente il tuo Meleto: fu talmente e autentico che, quando rivelammo al pubblico che non eri un attore professionista — a differenza dei tuoi colleghi in scena — scoppiò un’autentica ovazione. È stato un momento ricco di soddisfazione, perché rappresentava esattamente la filosofia su cui oggi si fonda il mio metodo. Tu avevi seguito la direzione con una dedizione e un ascolto rari, senza presunzione, comprendendo fino in fondo la difficoltà — e la magia — dell’entrare in un’altra identità. Quel personaggio era stato costruito su misura per te, proprio come accade nei Laboratori Sublimanti, dove ogni partecipante interpreta un alter ego che riflette una parte del proprio vissuto. Ecco, quello spettacolo è stato per me uno dei momenti germinali da cui è nato il Metodo Ghetti.

Per quanto riguarda chi può partecipare, il mio metodo si rivolge a tutti. È pensato per un pubblico adulto, perché richiede consapevolezza e libertà di espressione, ma non serve avere esperienza teatrale. Si rivolge a chiunque senta il desiderio di conoscersi più a fondo, di rielaborare un aspetto di sé, di trasformare in arte qualcosa che magari — di notte — ancora bussa dentro. Credo che non serva aver vissuto un grande trauma: basta aver vissuto, punto. Tutti abbiamo qualcosa che ci chiede di essere raccontato, compreso, liberato. Per questo i Laboratori Sublimanti sono aperti a uomini e donne di ogni età e professione: attori, artisti, insegnanti, professionisti, studenti, disoccupati — chiunque desideri attraversare un percorso di consapevolezza attraverso la creazione artistica.

Allo stesso tempo, sto cercando di portare questo metodo all’interno di accademie di recitazione, come strumento per i giovani attori del futuro, perché spesso nelle scuole si studia il “come” recitare, ma non “chi” si è davvero quando si recita. Uno dei miei sogni più grandi, in prospettiva, è portarlo nelle carceri, come percorso artistico e riabilitativo.

Per concludere, dacci qualche dettaglio più operativo – come ad esempio modi e tempi di iscrizione, orario dei corsi etc – in modo da consentire ai lettori di voler provare questa esperienza che, da quello che hai detto, mi pare scavi nel profondo di ognuno per cercare di far emergere quella “pietra filosofale”che è riposta dentro di noi ma che alle volte facciamo di tutto per mantenerla grezza e non ben squadrata e solida.

Beh, che onore una definizione così — sì, credo che i Laboratori Sublimanti possano davvero essere uno di quegli “scalpelli” preziosi per far emergere la pietra filosofale che ognuno di noi custodisce dentro di sé.

Il Laboratorio Sublimante 2026 sarà a numero chiuso: solo 12 partecipanti.È un’esperienza molto particolare e profondamente personalizzata, proprio per garantire a ciascuno il giusto spazio di espressione e di ascolto.

Sul mio sito www.valentinaghetti.it, nella sezione Il Metodo/I  Laboratori, è disponibile un form di iscrizione: compilandolo, si potrà prenotare una call conoscitiva gratuita direttamente con me.

Durante questa call spiegherò nel dettaglio il funzionamento del percorso, i tempi, i costi e le modalità di partecipazione, così da capire insieme se è il momento giusto per intraprendere questo viaggio.

Il percorso prevede due incontri individuali one-to-one con me — uno iniziale e uno finale — e  lezioni di gruppo che si terranno il lunedì sera, dalle 20.00 alle 22.30 (con la possibilità, se necessario, di prolungare un po’ le sessioni).

Le lezioni si svolgeranno in uno spazio accogliente e ispirante, perfetto per lavorare in profondità e in libertà. Il percorso culminerà in uno spettacolo finale che si terrà a giugno 2026 al Teatro Tor di Nona, nel cuore di Roma. Sarà un momento catartico, poetico e corale, dove ogni partecipante porterà in scena il proprio monologo originale, frutto del lavoro creativo e del cammino interiore fatto insieme.

Per chi desidera saperne di più, il link diretto è anche cliccabile nella brochure allegata all’intervista. Vi aspetto con grande entusiasmo e sono pronta a rispondere a ogni domanda per iniziare insieme questo viaggio di trasformazione. Buona sublimazione a tutti!