di Walter Virga

Tra i doveri, peraltro sanciti costituzionalmente, della Repubblica vi è quello di garantire il diritto alla salute dei cittadini.

Questo dovere, a dire il vero, in Italia è sempre stato considerato primario ed infatti, con tutte le differenze del caso dovute ad esempio ad una mancanza di uniformità dell’accesso alle cure tra Nord e Sud, in linea di massima può dirsi rispettato dallo Stato il quale, come è noto, ha approntato una miriade di leggi e regolamenti che fanno sì che gli operatori della Salute debbano rispettare determinati requisiti di legge proprio per garantire ai cittadini il massimo possibile della sicurezza e della efficienza del sistema sanitario.

In questo complicato compito, ed anche questo è noto, le Strutture sanitarie private rappresentano non solo presidi di prossimità per l’accesso alle cure dei cittadini ma, soprattutto, svolgono un ruolo primario ed insostituibile in materia di prevenzione delle patologie più gravi, quali le patologie oncologiche, con il risultato che la sinergia che si crea tra pubblico e privato innalza il livello complessivo dell’offerta di cure a vantaggio della collettività.

È ovvio che in uno Stato liberale e democratico le Strutture private non operano per mera beneficenza ma traggono dal loro lavoro quegli utili che sono indispensabili non solo quale remunerazione dell’attività di impresa ma, soprattutto, per poter reinvestire in aggiornamento e specializzazione delle prestazioni offerte.

Per poter però raggiungere tali risultati, e quindi poter non solo operare nel campo della salute, ma anche ottenere l’accreditamento da parte degli Organismi pubblici (Ministero della Salute etc.) le Strutture private sono tenute a seguire iter ben precisi, sono sottoposte a costanti controlli, devono garantire standard qualitativi elevatissimi e, il più delle volte, devono anche ottenere autorizzazioni e permessi che, stante l’inadeguatezza dell’apparato burocratico statale, richiedono mesi se non anni.

Tutto ciò viene affrontato dagli imprenditori della Salute con serietà e, purtroppo a volte, con la rassegnazione dovuta al fatto che se la “macchina” burocratica funzionasse meglio, molti inutili tempi di attesa – ad esempio per ottenere un accreditamento – potrebbero essere facilmente abbattuti, il tutto a vantaggio primario dei cittadini.

Detto ciò, appare realmente incomprensibile la scelta fatta dal Governo nell’ambito del DDL semplificazioni che, tutto d’un tratto, dimentica quanto detto sino ad ora e, con una scelta a prima vista dettata esclusivamente da motivi di interesse economico di alcune lobbies, ha deciso che le farmacie, le quali sono già state in passato beneficiarie di aperture un po’ naif  (alle volte entrare in una farmacia è come entrare in un bazar posto che il range degli articoli in vendita può spaziare dalle calzature alle caramelle..) possano ora effettuare anche vere e proprie prestazioni di tipo medico-diagnostico quali, ad esempio, i prelievi e le visite cardiologiche tramite ECG.

Orbene, se tutto ciò fosse stato accompagnato dall’obbligo per le farmacie di seguire l’iter che invece è richiesto per tutti gli altri operatori privati del settore, certamente non ci sarebbe stato molto da ridire: ed infatti si sarebbe trattato sostanzialmente di una apertura del mercato nei confronti di operatori economici (le farmacie) ritenute importanti in un disegno complessivo ed organico di riorganizzazione territoriale delle prestazioni offerte ai cittadini.

Così, però, non è!

Ed infatti il DDL prima citato bypassa totalmente l’insieme di autorizzazioni, controlli e requisiti cui sono sottoposte le Strutture private e, tutto d’un colpo, sostanzialmente parifica le farmacie – per molte importanti prestazioni – alle Strutture che, invece, quotidianamente sono chiamate a dar prova del possesso di determinati requisiti previsti dalla legge (ed alle quali, mi si consenta l’ironia, non è permesso vendere scarpe e caramelle!).

Questa, che appare già di per sé una stranezza, oltre che una palese violazione dell’art. 3, comma secondo della Costituzione, oltre che dell’art. 32 della stessa, si porta dietro un fastidioso retropensiero.

Ed infatti, ma sarà certamente un caso, un importante esponente del Governo, svolgente il ruolo di Sottosegretario alla Salute, nonché delegato alla materia di cui stiamo trattando, per un curioso caso della vita è proprio un farmacista!

Chi scrive non ha mai creduto nelle teorie del complotto e, ancor di più, appartiene a quella scuola intellettuale che non vede conflitti di interesse sempre dietro l’angola ma…questa volta anche la benevolenza del sottoscritto è messa a dura prova dalla realtà dei fatti che, senza dubbio, ci portano a dire che tali modifiche normative sono spinte ed avallate da soggetti, posti all’apice dell’Ordinamento, che dalle modifiche stesse otterrebbero vantaggi immediati, personali e diretti.

Come diceva il Presidente Giulio Andreotti “a pensar male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”!!

Qui di seguito la richiesta di chiarimenti alle più alte Cariche dello Stato formulata dall’U.A.P., presieduta dalla Dott.ssa Maria Stella Giorlandino, che con ironia centra perfettamente il problema.