Walter Virga

Quante volte capitano nella vita eventi che siamo soliti definire “fulmini a ciel sereno” ovvero “inaspettate sciagure”?

Sembrerebbe quasi che, quando si verificano tali eventi, gli stessi siano immancabilmente collegati a periodi, o momenti, di serenità e di pace dove, per qualche ragione, crediamo che le nostre vite possano incanalarsi verso periodi lunghi di pace e serenità.

Quando ciò avviene, e di norma avviene, le soluzioni possibili sono essenzialmente tre.

La prima consiste nella negazione, vale a dire la mancata consapevolezza dell’ineluttabilità dei cambiamenti che, in quanto tali, seguono un andamento casuale che, per nostra stessa natura, riteniamo estranei ad una sorta di ordine naturale che, proprio perché tale, non dovrebbe mutare repentinamente; da ciò dipende, poi, e a cascata, il mutare dei nostri comportamenti quotidiani sino a raggiungere, consapevolmente, forme di alienazione dalla realtà indotte da processi della nostra mente in grado di distoglierci da quel “male di vivere” ben descritto da Cesare Pavese che, infatti, trovò nel suicidio la fine dei suoi turbamenti.

La seconda consiste nella non comprensione-accettazione che comporta l’adattamento in negativo al cambiamento e, quindi, la reimpostazione della nostra vita sulla base della nuova realtà portata dall’evento avverso che ha turbato quella sorta di “ordine cosmico” del quale ritenevamo – a torto – di esser parte.

Questa soluzione, in quanto anti-karmica, mi lascia abbastanza perplesso perché si basa sulla considerazione per cui da una premessa di tipo ontologico corretta, vale a dire l’accettazione come parte integrante di un processo di interiorizzazione dell’evento, sfocia nella considerazione immanente della “atipicità” della sventura e, quindi, nella intrinseca negazione della spiegazione karmica di ciò che avviene: in sostanza da un presupposto logicamente coerente (accettazione = sottoposizione al fluire degli eventi regolato da un rapporto di causa/effetto giustificato da un pregresso concatenarsi di eventi anche inconsapevolmente da noi generato) si arriva alla accettazione come foma di negazione dell’evento che trova la sua espressione più tipica nell’affermazione “perché proprio a me?”.

Tale domanda, però, essendo senza risposta, porta all’alienazione e, in ultima istanza, alla presa di distanza dalla realtà nella ricerca di un “io stabile che però non si trova in quanto inesistente in mancanza di una piena consapevolezza della assurdità della domanda circa il perché “a me” e “non ad altri”.

La terza ed ultima soluzione consiste nella distruzione dell’Io cosciente attraverso la caduta nella psicosi -figlia dei complessi insoluti – coincidente con le facili, e spesso a buon mercato, alternative che il mondo offre e che poi, secondo prassi, si tramutano in dipendenze (affettive, da sostanze, dal sesso, dagli acquisti compulsivi) che se da un lato pongono l’evento avverso in posizione non più primaria, e ciò perché l’alienazione indotta da elementi esogeni prende il sopravvento sulla realtà, dall’altro hanno una durata limitata e, quindi, producono l’effetto opposto di amplificare l’avversità verificatasi con conseguente bisogno di allungare lo stato di in-coscienza. Tale soluzione è, tuttavia, spesso senza ritorno sicché, ad onor del vero, tanto varrebbe percorrere la strada di Pavese e di tanti altri.

La verità è, probabilmente, che nell’incessante fluire delle cose del mondo ciò che succede, a livello individuale come collettivo, risponde in parte ad una causalità imperscutabile, in parte da nostri precisi (consci o meno) comportamenti, ed in parte da una Legge superiore (il Karma, appunto) che segue una sua logica a noi del tutto ignota e che, inutile dirlo, non corrisponde affatto alla semplificazione data dalle masse ignoranti secondo cui esso sarebbe la risultante, o meglio la conseguenza, di come noi agiamo nei più disparati comparti delle nostre esistenze.

Ed allora, se proprio si volesse cercare una soluzione valida al fluire avverso degli eventi, la si potrebbe trovare nella semplice considerazione per cui l’Esistenza, da intendersi in senso universale, è null’altro che la manifestazione ossimoricamente tangibile di un Ordine caotico privo di regole determinabili e prevedibili a priori.

Questa, secondo me, è la condizione umana e con questa bisogna imparare a convivere o, se non lo si vuole fare, cercare un dignitoso modo per distaccarsi dalle cose e portare avanti quel processo di individuazione di tipo Jungiano che ci mette in grado di scavare nel profondo delle nostre ombre (l’oscura notte dell’anima) per completare la realizzazione di quel processo psichico unico e irripetibile di ogni individuo che consiste nell’approssimarsi dell’Io al Sé, cioè in una progressiva integrazione e unificazione delle ombre e dei complessi che formano la personalità.

Fatto ciò, sempre secondo Jung, smetteremo di chiamare destino ciò che ci accade e riusciremo (forse) a dare al mondo plausibili spiegazioni.

Bravo chi ci riesce….per gli altri rimangono le soluzioni prima delineate che, se non altro, seppur formalmente sbagliate, di norma sono più rapide.