di Matteo Bernardi
C’è un numero che vale più di qualsiasi analisi politica: 2.217. Sono i giorni, sei anni e un mese, che un processo civile impiega in media in Italia per arrivare a sentenza definitiva nei tre gradi di giudizio. La media europea si ferma a 795 giorni, poco più di due anni. In Germania sono 525. In Francia e Spagna, tre anni e otto mesi. L’Italia è ultima nell’Unione Europea, e lo è da così tanto tempo che la classifica ha smesso di fare notizia.
I dati sono della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (CEPEJ), aggiornati al 2023. Nel penale la distanza è analoga: l’Italia registrava 1.036 giorni di durata media nei tre gradi, contro una media UE di 456. A Roma un processo penale supera mediamente i 2.241 giorni, più di sei anni. Non sono dati su casi estremi: sono medie. Significa che per ogni processo che dura tre anni, ce n’è uno che dura dieci, e la media resta sei.
Questo ritardo non è un malfunzionamento tecnico del sistema. È una componente strutturale che produce effetti precisi e prevedibili, e che non casualmente avvantaggia sempre gli stessi. I tempi lunghi logorano i testimoni, degradano le prove, esauriscono le parti più deboli economicamente che non possono sostenere anni di spese legali, e alimentano il meccanismo della prescrizione, che in Italia continua a funzionare come valvola di sfogo del sistema prima ancora che come istituto di garanzia.
In alcune procure italiane, fino all’8% dei procedimenti cade in prescrizione ancora prima del rinvio a giudizio. A Brescia si arriva al 19%, a Cagliari al 14%. In appello la situazione è più critica: a Salerno il 30% dei procedimenti che raggiungono quella fase si interrompono per prescrizione. Le riforme si sono susseguite, la legge Bonafede del 2019, la riforma Cartabia del 2021, ma il nodo di fondo resta intatto: si è intervenuti sui termini senza intervenire sulla capacità reale di smaltimento. Riorganizzare il sistema senza aumentare i magistrati, il personale amministrativo e la digitalizzazione equivale a cambiare le regole di una gara senza toccare la pista.
Il caso che ha segnato la cronaca giudiziaria del 2008 è quello di Ottaviano Del Turco, ex presidente della Regione Abruzzo ed esponente del centrosinistra, arrestato nel luglio 2008 nell’ambito dell’inchiesta “Sanitopoli”: accusato di associazione per delinquere, corruzione e concussione nell’ambito di presunte tangenti nella sanità privata abruzzese, fu condannato in primo grado a nove anni e sei mesi, pena ridotta in appello a quattro anni e due mesi. Il procedimento si trascinò attraverso tutti i gradi di giudizio per oltre un decennio, con la Cassazione che nel 2016 annullò con rinvio parte della sentenza d’appello per rideterminare le pene. Tra condanne che si riducono grado dopo grado, reati che cadono e rinvii che si accumulano, il caso illustra perfettamente come la macchina giudiziaria italiana riesca a logorare qualunque vicenda nel tempo, indipendentemente dal colore politico dell’imputato.
Il tema dell’evasione fiscale racconta una storia parallela altrettanto precisa. Nel 2024 l’evasione tributaria accertata ha raggiunto 72,3 miliardi di euro, di cui, lo Stato ne ha recuperati 12,8 miliardi: il 17,7% del totale. Le cartelle esattoriali mostrano un tasso di riscossione effettiva crollato al 3,1% rispetto al totale iscritto a ruolo. Dal 2000 al 2024, le tasse non pagate in Italia ammontano a 1.274,5 miliardi di euro complessivi, cifra sufficiente a ridurre il debito pubblico dal 138% all’83% del PIL. Nel 2024 sono state condotte verifiche sostanziali su circa 129.000 contribuenti, uno ogni 71 tra quanti esercitano attività imprenditoriali o professionali. Con questo ritmo di rotazione, servirebbero oltre 70 anni per completare un ciclo completo. La Corte dei Conti scrive esplicitamente che questa prevedibilità alimenta la convinzione di poter evadere senza conseguenze, e la certezza consolidata che prima o poi arriverà una nuova sanatoria.
Poi ci sono i metodi più sofisticati, quelli che non si chiamano evasione ma elusione, che producono gli stessi effetti. Da un lato, le persone fisiche con redditi elevati che spostano la residenza fiscale a Montecarlo o a Malta: due destinazioni diverse per profili diversi, ma con lo stesso obiettivo. Il Principato resta la meta preferita dai grandi nomi, il ciclista Paolo Bettini ha patteggiato otto mesi per residenza fittizia nel periodo 2003-2008, o il tenore Andrea Bocelli che pagò 5,7 milioni al fisco italiano con il condono del 2003, mentre Malta si è imposta come alternativa più accessibile e meno vistosa per imprenditori e professionisti di fascia media. Il meccanismo maltese è semplice nella struttura: aliquota nominale delle società al 35%, ma grazie al sistema di rimborsi fiscali (Tax Refund System) l’imposizione effettiva scende fino al 5%. Il regime “non-dom” per i residenti persone fisiche consente di non tassare i redditi prodotti fuori dall’isola se non rimpatriati. Risultato: basta trascorrere più di 183 giorni l’anno a La Valletta, o dimostrare di farlo… per spostare legalmente l’intera base imponibile fuori dall’Italia. L’Agenzia delle Entrate ha risposto con la circolare n. 20/E del novembre 2024, che ha inasprito i criteri per verificare la residenza fiscale effettiva delle imprese gestite dall’Italia ma con sede a Malta. Ma dimostrare che una struttura è “di puro artificio” rimane onere dell’amministrazione finanziaria, non del contribuente. E le aule tributarie, come quelle penali, hanno i propri tempi.
Dall’altro lato, le grandi aziende adottano una logica analoga su scala industriale. Campari ha lasciato Sesto San Giovanni per Amsterdam. Ferrero ha la sua holding radicata in Lussemburgo dagli anni Settanta. Luxottica controlla la struttura di vertice dal Lussemburgo. Eni, Enel e Saipem, tutte partecipate dello Stato italiano, hanno holding operative nei Paesi Bassi. A Malta, decine di piccole e medie imprese italiane, spesso del settore digitale, hanno costituito sedi legali continuando a prendere decisioni strategiche dall’Italia: esattamente il caso documentato dalla circolare del 2024, che ha evidenziato come una startup di sviluppo software italiana con sede maltese, ma con amministratori e operatività interamente in Italia, rischiasse di dover pagare le imposte in Italia indipendentemente dalla sede formale. Tutto legale, o quasi: strutture costruite per abitare le pieghe tra normative nazionali diverse, con legioni di consulenti fiscali il cui lavoro consiste nell’identificare dove finisce ciò che è consentito e dove inizia ciò che non è ancora esplicitamente vietato. Il confine si sposta ogni volta che il legislatore lo avvicina.
Sul fronte della corruzione pubblica, il quadro del 2025 fotografato da Libera conta 96 nuove indagini per corruzione e concussione, in media otto al mese, con 1.028 persone indagate: quasi il doppio rispetto alle 48 indagini del 2024. Ma i numeri delle indagini formali catturano solo la parte più visibile del fenomeno. Quello che sfugge alle statistiche è la corruzione che non si chiama corruzione: la nomina del consulente giusto in cambio di un appalto futuro, il funzionario che velocizza una pratica perché conosce l’imprenditore, il dirigente pubblico che approva una variante urbanistica e qualche anno dopo siede nel consiglio di amministrazione dell’azienda beneficiaria. Non è necessariamente un accordo esplicito, non c’è sempre un passaggio di denaro, non c’è un reato facilmente contestabile. È uno scambio di cortesie differite che olia i meccanismi decisionali della pubblica amministrazione senza lasciare tracce processuabili. Un sondaggio LA7 del 2024 mostra che il 57% degli italiani ritiene che i propri connazionali accetterebbero una tangente o corromperebbero qualcuno se ne avessero l’opportunità. Non è un dato morale: è la fotografia di un sistema in cui la convenienza dell’illegalità supera nettamente il rischio di essere scoperti e condannati. Corruzione che, secondo la ricerca del centro Rand, costa all’economia italiana almeno 237 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 13% del PIL.
È opportuno però non cedere alla tentazione della semplificazione: i miglioramenti ci sono stati. La durata media dei processi civili nei tre gradi di giudizio è scesa dal 2010 al 2024 da otto anni e due mesi a cinque anni e dieci mesi. Gli obiettivi del PNRR sul penale sono stati raggiunti. L’Agenzia delle Entrate ha recuperato nel 2025 un record di 36,2 miliardi di euro. La lotta alla corruzione non è ferma: i numeri delle inchieste crescono, le procure lavorano. Ma la distanza dalla media europea resta abissale, e il nodo strutturale che nessuna riforma ha ancora affrontato davvero è uno solo: in Italia, chi ha le risorse per resistere, legalmente, finanziariamente, geograficamente, tende a resistere più a lungo del sistema che lo persegue. Non per fortuna. Per calcolo razionale, confermato dai dati.
Quello che manca non è una legge più severa. È la certezza, non la severità, della pena. È la ragionevole aspettativa che un reato venga perseguito prima che il tempo lo dissolva. È la consapevolezza, da parte di chi evade o corrompe, che il 71° anno non arriverà mai.
