Il tempo che viviamo, caratterizzato da un susseguirsi di eventi alcuni dei quali purtroppo ricorrenti, come le guerre, altri decisamente più rari, come la pandemia, spingono a riflessioni più profonde chi ha attitudine e voglia di porsi interrogativi che vadano al di là del semplice quotidiano.

Se, infatti, un tempo – nemmeno troppo distante – le menti degli uomini erano sostanzialmente lo specchio di un Mondo diviso in blocchi dove le ideologie, variamente declinate nella loro dimensione sociale, politica e religiosa, trovavano dei punti di riferimento stabili nella società, adesso è evidente che lo sgretolarsi di tali punti di riferimento lascia un’umanità da una parte in balìa di se stessa ma, dall’altra, in grado di spingere il proprio sguardo al di là delle sovrastrutture esistenti.

Oltre a questa considerazione, già di per sé significativa del “mutare della marea” che attraversa questa nostra epoca, ve ne è un’altra che affonda le sue radici ben più in profondità ed è rappresentata dalla riscoperta della centralità dell’Uomo e della sua individualità come fonte, e giustificazione, di un pensiero critico in grado di superare schemi oramai desueti e non più rispondenti alla Volontà né singola né collettiva.

Cercherò di spiegarmi.

Da sempre, e l’utilizzo di questo avverbio temporale non è casuale, l’essere umano, così come magistralmente mostrato nel dipinto di Raffaello “La Scuola di Atene”, spinge il suo orizzonte tanto verso la terra, in quell’opera simboleggiata dall’immagine di Aristotele che indica verso il basso, quanto verso il cielo, a sua volta indicato da Platone.

Ora, come è noto, non vi è dicotomia tra le due direzioni perché, e gli antichi – a partire dagli egizi – ben lo sapevano, l’Infinita Volta celeste e il Punto senza dimensione ma che tutto comprende, sono l’immagine di una apparente duplicità che, in realtà compone una unità inscindibile che rappresenta nient’altro che la somma degli opposti; così come, tutte le dicotomie esistenti quali il buio e la luce, il maschio e la femmina, il bene e il male etc., trovano una loro unità e sintesi che, se volessimo utilizzare un linguaggio matematico, potremmo esprimere con l’equazione 0 = 2 che, poi, altro non è che la soluzione del seguente costrutto: (+1) + (- 1), là dove lo zero risultante è null’altro che una forma di annichilimento (lo zero, appunto) che però racchiude in sé tutto l’insieme dell’esistente, dell’esistito e di ciò che ancora non esiste.

Ora, se volessimo distinguere le ere del mondo non più, come si usa fare, in periodi caratterizzati da determinati eventi e limiti temporali contingenti (ad esempio: l’età preistorica, il medioevo, l’età moderna etc.), ma invece in archi temporali contraddistinti da determinate spinte in grado di conformare finanche l’inconscio collettivo verso determinate forme-pensiero, sarebbe più corretto, seguendo l’insegnamento non solo scientifico ma anche sapienziale, parlare di “Eoni” che sono una unità di misura del tempo di rango superiore tra le suddivisioni della scala dei tempi geologici e la cui categoria di rango immediatamente inferiore è l’Era.

Il limite tra un Eone e il successivo viene posto in corrispondenza di un cambiamento fondamentale nella storia dell’umanità che, a livello collettivo, muta il suo paradigma di riferimento attraverso un cambio radicale di Archetipi.

Colui il quale ha meglio descritto questi cambiamenti è stato senz’altro l’esoterista e scrittore inglese Aleister Crowley (1875-1947) che, proprio in riferimento al mutamento degli Archetipi ha distinto, attraverso l’utilizzo in chiave simbolica dei riferimenti alle divinità egizie corrispondenti ad ogni periodo, la Storia – almeno fino ad ora – come suddivisa in tre Eoni.

Il primo, l’Eone di Iside, collocabile in un periodo grossomodo pre-storico, si caratterizzava per porre al centro un’umanità socialmente strutturata su base matriarcale, simbolicamente rappresentata dalla Grande Dea, identificata dall’antica divinità egizia Iside.

Successivamente a questo Eone si manifestò l’Eone di Osiride, nel quale l’umanità si rapportava ad un Dio maschile, simboleggiato dal dio egizio Osiride; durante tale periodo i valori di riferimento erano il patriarcato e, dal punto di vista archetipale e psicologico, l’identificare la sofferenza (il Dio morente) come elemento di purificazione, salvezza ed espiazione.

Non a caso, infatti, è durante questo periodo che si affacciano, prima, e si affermano, dopo, le principali religioni monoteistiche.

Il terzo Eone, nella visione del Maestro inglese, è l’Eone di Horus, simboleggiato appunto dal dio Horus che, nella sua veste di bambino (archetipo di nascita e rinnovamento) liberatore, condurrà l’umanità in un tempo di realizzazione e auto-consapevolezza.

Così descritti i tratti salienti della suddivisione temporale Crowleiana, è ora possibile spingersi più in là per cercare di comprendere in che modo questo cambio di paradigma potrà avvenire.

Una precisazione preliminare è però necessaria.

Aleister Crowley inserisce la sua dottrina all’interno di un più complesso sistema magico-religioso e culturale al quale dà il nome di Legge di Thelema parola, quest’ultima, che in greco classico vuol dire Volontà.

Essendo questo solo un primo approccio a tale tematica, rinviando ad un successivo scritto un approfondimento maggiore riguardo la modalità di ricezione e divulgazione di tale Legge da parte di Crowley, mi limiterò in questa sede a sottolineare come la summa del sistema magico cerimoniale elaborato da Crowley, unitamente ai principi di Thelema, sia rinvenibile nel testo “Magick”, ultimamente edito in versione ampliata e rivista per i tipi di Astrolabio Editore; allo stesso modo sottolineo il fatto che tale Sistema è studiato, praticato ed insegnato a livello internazionale dall’Ordo Templi Orientis, che ha anche una sua diramazione in Italia ed è facilmente contattabile tramite accesso al suo sito Internet ufficiale.

Tornando, ora alla dottrina del Nuovo Eone, che poi coincide con quella di Thelema, mi soffermerò su un postulato iniziale per poi passare all’enunciazione di quello che è il fulcro del pensiero di Crowley in materia.

Il postulato è rappresentato dalla dichiarazione, di carattere universale, per cui “Ogni uomo e ogni donna è una stella”.

Questa frase, al di là della indubbia poeticità, racchiude in poche lettere il senso stesso dell’Eone nel quale viviamo.

Ed infatti, non vi è più spazio alcuno per una visione antropologica basata sulla sottomissione degli uni a vantaggio di altri, non vi è più modo di considerare le differenze di genere o di cultura o di vita come in qualche modo possibili fonti di discriminazione e, soprattutto, si afferma la individualità personale come un valore “apriori”, per usare una terminologia Kantiana, in grado di indirizzare le scelte individuali senza che le stesse, se frutto di Volontà, possano dirsi “giuste” o “sbagliate”.

Però, per meglio comprendere quanto sin qui scritto, è bene soffermarsi sul valore che Crowley attribuisce al termine “Volontà”.

Orbene, tale sostantivo deve intendersi come riferibile non già ad una mutevole o transitoria spinta dell’ego verso il raggiungimento di uno dei tanti risultati che nella vita ci si propone di ottenere, quanto, all’opposto, come quell’unico, e quasi sempre nascosto sotto una miriade di “scorie”, solco tracciato all’interno dell’uomo e che corrisponde ad una sorta di fuoco che arde sotto traccia – almeno fino a che non lo si libera realmente –  in grado di dirigere le azioni verso il loro vero fine.

Data, seppur con i limiti di questo breve scritto, la definizione di Volontà, che appunto deve intendersi come “Vera Volontà”, è ora possibile dare una spiegazione a quello che rappresenta la sintesi del pensiero di Crowley ed il cuore del Thelema e che troppo spesso, o per malizia nell’occhio del lettore, o più semplicemente per ignoranza delle fonti, è stato oggetto di fraintendimento.

Il riferimento è alla frase “Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge” il cui corollario è “Amore è la legge, amore sotto la volontà”.

Ebbene, se si tiene a mente quanto detto prima in ordine al concetto di Volontà, che per Crowley è esattamente l’opposto del concetto di mero e volubile arbitrio (anzi, egli stesso ricordava come la libertà sia strettamente legata al vincolarsi a delle regole salde, così come saldo deve essere il sostegno di una qualsiasi struttura per fungere da valido supporto) – è evidente che con la frase “Fai ciò che Vuoi” non si intende inneggiare ad un libertinaggio privo di metodo e controllo e, men che meno, ad una forma anarchica di società.

Ed infatti ciò è smentito tanto dalla vita stessa di Crowley che, ricordiamo, fu esperto alpinista e finissimo conoscitore e praticante di Yoga, discipline ovviamente incompatibili con la mancanza di rigore fisico e mentale, quanto con la Volontà (la “Vera Volontà”) intesa come fine ultimo della propria aspirazione quali esseri umani.

Ed è in questo senso che “Fai ciò che Vuoi” sarà “tutta la Legge” è in realtà un inno non già al disimpegno ma, al contrario, al massimo impegno ed alla massima disciplina interiore senza la quale, evidentemente, nulla è raggiungibile.

Allo stesso modo il corollario “Amore è la legge, amore sotto la volontà” racchiude in sé una ulteriore sintesi in quanto lo stesso Amore, che connota l’Essere e l’esistenza, e che per questo costituisce la direttiva corretta (appunto la Legge) da seguire, si svuota di significato se non è diretto dalla consapevolezza della propria Vera Volontà.

Nessuno spazio, quindi, salvo a voler cadere nel più bieco e scorretto opportunismo intellettuale, può essere dato ad interpretazioni del pensiero di Crowley e della sua stessa figura, certamente per taluni aspetti contraddittoria e provocatoria, che si pongano in contrasto con quanto sin qui detto e che dipingano l’Autore come un mero libertino fautore di una società sregolata

Ecco allora, venendo alle conclusioni, che in un’epoca quale la nostra caratterizzata da un generale senso di smarrimento di fronte al rapidissimo mutare degli eventi, l’interiore ricerca della propria Vera Volontà e del proprio scopo e posto nel mondo costituisce, se effettuata nel giusto modo, una crescita che non bisogna spaventarsi a chiamare “spirituale” atteso che, seguendo quanto detto da Hegel, lo “Spirito” non è solo e necessariamente identificabile con l’entità trascendente coincidente con il divino, né è solo l’aspetto psicologico o mentale dell’uomo ma rappresenta, molto più concretamente, i valori della cultura e delle istituzioni, cioè di tutto ciò che nasce dalle relazioni tra gli uomini nella società e nella storia.