Walter Virga

Finita l’estate inizia la lunga cavalcata, intervallata dal periodo natalizio, che ognuno di noi dovrà affrontare per guadagnarsi le prossime meritate ferie.

Questo, se da un lato può essere un pensiero “autodistruttivo”, come dimenticare infatti che sino a poco tempo fa si era rilassati e sostanzialmente privi di pensieri ed angosce lavorative, dall’altro può essere un momento di auto analisi “costruttiva” se si cerca di rimettere in ordine le proprie priorità e di concentrarsi su ciò che realmente ha senso e dà senso alla propria vita.

Inutile prendersi in giro: il reddito medio (almeno dichiarato) degli italiani non supera i 1.700,00 Euro mensili il che, ovviamente, esclude sogni di gloria relativi a viaggi di lusso, auto costose e, comunque hobbies nobiliari.

Questo, però, non è di per sé un problema.

Non lo è perché a fronte di tale reddito, decisamente non in linea con quello degli altri paesi europei, è in parte compensato da un alto risparmio privato degli italiani e, dall’altro, perché, seppur in diminuzione rispetto al passato, l’Italia è da sempre caratterizzata da un’ampia platea di proprietari di abitazione il che, il più delle volte, e fatte salve le spese di mutuo, costituisce comunque un paracadute in grado di compensare il gap reddituale rispetto ai cittadini degli altri Stati dell’Unione.

Per di più, come è noto, il passaggio di proprietà degli immobili è da sempre salvaguardato dal diritto successorio e dal diritto tributario che, questa volta sì in maniera più marcata che altrove, evita la dispersione dei patrimoni derivanti iure hereditatis a favore del passaggio diretto agli eredi dei cespiti relitti.

Il punto però, a parere dell’umile Scriba, non è questo.

Ed infatti, ogni sondaggio effettuato negli ultimi almeno 20 anni mostra come la curva di infelicità della popolazione sia in costante crescita e, per di più, mostra come al contrario sia in costante decrescita la curva di natalità e che siano sempre di più le famiglie che scelgono di fare un solo figlio.

Tra chi, poi, ha una famiglia di tipo tradizionale – due genitori e 2 o più figli – sempre i sondaggi ci dicono che costoro non immaginano per i loro figli un futuro in Italia e, anzi, tendono sempre di più a risparmiare per poter permettere alla propria prole di proseguire gli studi all’estero per poi stabilirsi fuori dai confini nazionali.

Questo è, a mio avviso, il dato realmente preoccupante.

Ed infatti, a differenza di altri Paesi nei quali la formazione superiore estera è spesso vista in un’ottica di ritorno presso il Paese di origine per arricchirlo, seppur come effetto secondario, grazie alle competenze acquisite, in Italia, invece, si pensa più ad un biglietto di sola andata che ad uno con una previsione di ritorno.

Tutto ciò, nel medio-lungo periodo costituirà un indebolimento del Paese e, soprattutto, per chi crede che ciò sia un valore, una perdita definitiva di tradizioni e di retaggio culturale a fronte di decine di migliaia di stranieri che, provenienti da Paesi in difficoltà, andranno ad occupare nel tempo i ruoli chiave della società.

L’umile Scriba in ciò non vede di per sé nulla di scandaloso o, peggio, “pericoloso”, si limita però a far notare come una moderna società abbia bisogno di un turn over di risorse esterne ed interne ma, si badi, in un’ottica di reciprocità all’interno della quale l’Italia possa divenire un paese attrattivo non solo per i capitali esteri ma anche per le migliori risorse umane non italiane.

Oggi così non è e, purtroppo, non si vedono all’orizzonte politiche di lungo respiro che possano far presagire un cambio di passo in questa direzione.

Sarà compito dei Governi che si succederanno negli anni, a prescindere dalla loro collocazione politica, riuscire per una volta a ragionare da statisti e non da semplici interventori dei problemi attuali, al fine di preparare il terreno per la crescita di frutti che, magari, non potranno essere colti nel corso di poche legislature ma che consegneranno alla Storia chi si assumerà questo compito che, è vero, richiede pazienza ma, come diceva Alcide De Gasperi “La pazienza è il rimprovero che ci rivolgono sovente come se significasse mancanza di volontà, come se non fosse la virtù più necessaria nel metodo democratico