di Walter Virga

Mi sono già occupato, proprio su questa Testata, del caso Ramy.

Ricorderete, Ramy era il povero ragazzo che, passeggero di un ciclomotore, ha avuto la malaugurata sorte che il suo amico guidatore, di fronte all’alt delle Forze dell’Ordine, non si era fermato ad un posto di blocco; a quel punto i Carabinieri iniziavano un inseguimento notturno per le strade del centro di Milano che, disgraziatamente, terminava con un incidente causato dalla perdita di controllo del veicolo a due ruote che terminava la sua folle corsa contro un palo posto bordo della carreggiata.

A causa del fatto che Ramy, colpevolmente, non aveva allacciato il casco, l’urto con il palo gli era stato fatale.

Questi i crudi fatti e, questa sarebbe stata l’unica ricostruzione che, in un Paese normale, avremmo dovuto leggere.

Ed invece, ricorderete anche questo, si aprì uno stucchevole ed inutile dibattito che vedeva schierato da una parte chi sosteneva che i Carabinieri non avrebbero dovuto inseguire i due fuggitivi così a lungo perché, se non lo avessero fatto, l’incidente non si sarebbe verificato. In posizione analoga ma più estrema si collocava invece chi, oltre a stigmatizzare l’inseguimento, addebitavano – senza nemmeno non una prova ma nemmeno uno straccio di indizio – l’accaduto addirittura ad un fatto doloso dei Carabinieri che avrebbero volontariamente speronato il motoveicolo causandone la caduta e, come conseguenza, la morte di Ramy.

Dall’altra parte, invece, alcune voci più assennate, partendo dal presupposto, a dire il vero del tutto ovvio, che se non ci si ferma ad un posto di blocco l’essere inseguiti da una pattuglia è il minimo che possa capitare, escludevano una diretta responsabilità della morte di Ramy in capo ai Carabinieri, mancando del tutto ogni barlume di indizio in tal senso, e, prudentemente, rimettevano l’accertamento della esatta dinamica dei fatti alla perizia che la Procura di Milano aveva disposto proprio per ricostruire la vicenda.

Pochi giorni fa il Perito nominato dagli inquirenti meneghini ha depositato la sua consulenza tecnica dalla quale si evince che, fuori da ogni possibile dubbio, l’inseguimento non è stato in alcun modo causa dell’incidente che, invece, è dipeso esclusivamente dalla perdita di controllo del mezzo imputabile esclusivamente alla guida spericolata del conducente.

Bene, a questo punto sarebbe il caso, per il futuro, che non si desse per scontato che chi porta una divisa sol per questo quando la indossa la mattina – peraltro per pochi spicci di stipendio – esca da casa con l’intento quasi premeditato di uccidere qualcuno, specie se quel qualcuno è di origine straniera.

Così come sarebbe il caso che, prima di additare qualcuno, chicchessia, all’opinione pubblica come assassino, fascista, nazista e violento si aspettasse almeno l’esito di una perizia che, come nel caso di specie, non è tardato ad arrivare.

Se si iniziasse a ragionare così, e ad agire di conseguenza, forse si otterrebbero meno “like” sui social, forse si perderebbe un po’ di notorietà dovuta alle apparizioni televisive ma, di sicuro, si guadagnerebbe in dignità.

Dimenticavo: c’era anche chi sosteneva, non si sa bene sulla base di quale manuale, che in sé e per sé il comportamento dei carabinieri fosse stato sbagliato perché, ancora una volta in sé e per sé, non vi era motivo di inseguire dei fuggitivi che non si erano fermati ad un posto di blocco.

Ecco, quest’ultima categoria di soggetti non deve essere molto approfondita perché, per capire le recondite ragioni alla base del loro argomentare, occorrerebbe una specializzazione in psichiatria che il sottoscritto non possiede. Che il povero Ramy possa riposare in pace e che chi ha seguito questa vicenda si limiti a ricordare le sole due regole che questo caso insegna: 1) ci si ferma ai posti di blocco; 2) in ogni caso, il casco si allaccia sempre!