di Walter Virga

Come certamente molti di Voi lettori, il sottoscritto è padre di due bambini che frequentano uno la scuola elementare e l’altra la scuola media.

All’inizio di ogni anno scolastico, puntualmente e senza possibilità di deroga, noi genitori veniamo convocati in “seduta plenaria” dal Preside che, unitamente agli altri insegnanti, detta le “linee guida” da dover tenere  – noi genitori, si intende – nei confronti dei nostri figli affinché questi ultimi possano capire che lo studio è fondamentale, che per riuscire a dare il massimo delle loro possibilità devono impegnarsi, che per far ciò è necessario che, anche a casa, gli venga fatto capire che gli insegnanti svolgono un ruolo nel loro interesse e che, per tale motivo, le loro decisioni devono essere non soltanto eseguite ma, se non soprattutto, rispettate.

Tutto ciò è molto bello ed utile perché, come mi sembra sinanche superfluo affermarlo, la scuola, al di là dell’aspetto educativo e culturale, è anche una palestra di vita nella quale si iniziano ad apprendere nozioni essenziali per la vita extrascolastica – specie lavorativa – nella quale non è pensabile che le decisioni assunte da un capo, o da un superiore, possano essere disattese o criticate in modi non consoni; altrettanto necessario è far capire ai propri figli che, giuste o sbagliate che siano, le decisioni degli insegnanti non possono essere puntualmente revocate in dubbio, se non criticate, dai genitori i quali, per forza di cose, non saranno sempre a fianco dei loro figli ogni qual volta qualcuno pretenderà da loro lo svolgimento di un compito non gradito.

Fin qui direi che è tutto normale ma, purtroppo, i tempi in cui viviamo rendono necessario ribadire queste ovvietà.

Il problema nasce, però, allorché, anche questa volta immancabilmente, si finisce a parlare del corretto utilizzo da parte dei bambini e dei ragazzi del telefono cellulare.

Ed infatti, come da prassi, ogni anno noi genitori veniamo ammoniti sul fatto che il cellulare oltre a dover essere controllato da noi genitori per evitare che i ragazzi in chat compiano imprudenze oppure, come spesso accade, inizino già in tenera età ad apprendere le nozioni base dell’hater professionista, cadano nella rete di male intenzionati di qualsivoglia forma e attitudine.

Ed anche su questo nulla da obiettare.

Però…sì, c’è un però, chi scrive non riesce proprio a comprendere perché, a fronte di queste chiarissime indicazioni circa un uso parsimonioso dei devices elettronici, al contempo sia ormai invalsa l’abitudine, anzi, la regola, di non dettare i compiti per casa sul caro e vecchio diario ma di inviarli proprio sul telefono cellulare così che i ragazzi, come ad esempio i miei, che a causa del lavoro dei genitori rimangono il pomeriggio a casa con una paziente – e cara – babysitter, debbano necessariamente avere l’accesso per tutto il pomeriggio al famigerato cellulare con la conseguenza, più che ovvia, che gli stessi trascorrano più tempo del dovuto tra una chat e l’altra oppure su altri devastanti mezzi di comunicazione social quali, ad esempio Tik Tok e similari.

Orbene, carissimi insegnanti, potremmo trovare un compromesso?

Capisco che dettare i compiti per casa possa apparirvi uno sforzo al limite del sovraumano – cosa che però non è stata per le decine di generazioni di colleghi prima di voi – ma, almeno, potreste non venirci a fare la paternale sull’uso eccessivo del cellulare quando siete voi i primi ad incentivare questa prassi malsana?

Mi pare una soluzione di buonsenso, non riuscendo a fare una cosetta semplice semplice, come appunto dettare i compiti che i ragazzi trascriveranno a mano sul diario, o su pergamena, o su tavole di smeraldo, o su fogli di papiri del Nilo o, insomma, su qualsiasi supporto che non necessiti tecnologie digitali, almeno evitate di impartirci lezioncine che, canto vostro, non solo non applicate ma, temo, non capite nemmeno.

Ultima cosa: ai miei tempi (aimè, parlo come un vecchio..) non era concepibile che si potesse chiedere di uscire dall’aula per recarsi in bagno più di una volta all’ora (ed era anche troppo). Ora, invece, mi è capitato di sentirmi redarguire perché mia figlia (di 12 anni) uscendo dall’aula più volte nella stessa ora per recarsi ai servizi igienici interrompeva la lezione con grave nocumento per gli altri studenti la cui attenzione veniva fuorviata dalle interruzioni.

Ho ascoltato con mestizia il rimprovero ma poi, in un impeto di orgoglio pari forse a quello che accomunava gli Arditi che attaccavano le trincee nemiche certi di soccombere, mi sono limitato a chiedere: “Scusi Professoressa, ma esattamente perché Lei dà il permesso a mia figlia di uscire dall’aula più volte nella stessa ora? Le confermo (così ho continuato n.d.A.) che mia figlia di 12 anni non soffre di prostata, non avendone nemmeno una in quanto femmina e, quindi, Le dica di no! Vedrà che non interromperà la lezione non potendo uscire dall’aula senza il Suo permesso”.

Di fronte a questa semplice, ma proprio semplice, mia richiesta-affermazione la Professoressa in questione si è limitata a bofonchiare qualcosa di assolutamente incomprensibile  (erano più mugugni e suoni gutturali che altro infarciti, ogni tanto, da qualche citazione pseudo-pedagogica attinta dai meandri della memoria nei quali risiedeva polverosamente un qualche libro o, più probabilmente, un qualche spezzone di una lezioncina di qualche Guru della pedagogia vista su youtube dalla stessa in quelle classiche serate nelle quali, distesa nel letto, magari aspettava, per prendere sonno, che il marito o il compagno si addormentasse onde evitare che allo stesso potesse venire qualche desiderio che la nostra brava insegnante, per soddisfare, avrebbe dovuto a sua volta rispolverare attraverso la visione di un’altra lezioncina su you..tube (ho voluto essere elegante!). Questo per dire che, credo, le speranze siano davvero poche e che, come spesso accade, dovremmo affidarci alla sorte che, però, nulla può contro la più bieca stupidità.