Le immagini della nostra concittadina Ilaria Salis, detenuta in Ungheria per gravi accuse e condotta in Tribunale con i ceppi ai polsi e alle caviglie, ci hanno gravemente turbato perché, come pare evidente, tale tipo di trattamento è non solo degradante nei confronti di un soggetto che, sino a sentenza definitiva, è innocente ma, per di più, appare ripugnante alla luce del fatto che innanzi al Giudice terzo, salvo ovviamente casi di comprovata pericolosità ovvero di ordine pubblico, l’imputato – qualsiasi imputato e per qualsiasi reato – dovrebbe essere libero perché già la costrizione attraverso strumenti limitativi della libertà viola il principio di parità delle parti nonché quello del libero convincimento del Giudice che, evidentemente, potrebbe essere in qualche modo influenzato dal vedere innanzi a sé un imputato ammanettato o rinchiuso in una cella (c.d. “gabbiotto”).

V’è da dire che, almeno in Italia, al momento dell’interrogatorio dell’imputato, salvo sempre estremi casi di accertata pericolosità, quest’ultimo è sempre libero da costrizioni fisiche.

Orbene, questi sono i principi di carattere generale ma cosa avviene in realtà?

È, infatti, molto frequente in Italia, e a dire il vero in molti Paesi europei, che gli imputati, in tribunale, siano sottoposti a mezzi di coercizione.

Spesso vengono tradotti da un ambiente all’altro con le manette ai polsi, nonostante la presenza di agenti ai loro fianchi. È poi frequente, almeno in Italia, che in attesa dell’udienza si ritrovino ristretti in celle adiacenti all’aula, anche in questo caso ammanettati e affiancati da agenti di polizia.

Il problema è che l’applicazione di queste misure coercitive quasi sempre non è dovuta a reali e comprovate esigenze di sicurezza.

La motivazione formale risiede nella presunta pericolosità degli imputati che, di norma, viene desunta dal tipo di reato per il quale si è giudicati.

Ad esempio, nel caso di processi riguardanti reati di criminalità organizzata, di prassi gli imputati assistono alla loro udienza all’interno dei “gabbiotti”.

Ora, la memoria ci riporta ovviamente alle immagini del maxi processo nel quale, in effetti, l’eccezionalità del caso e l’elevatissimo numero di imputati poteva giustificare una loro collocazione in vinculis, poiché, come le immagini di repertorio ci dimostrano, in effetti vi era un rischio concreto di sicurezza tanto per gli imputati, quanto per gli altri attori del processo.

Però si trattava di un caso di assoluta eccezionalità che, oggi, invece viene considerato normale sulla base della mera gravità del reato contestato e ciò sulla falsariga di ciò che avviene in materia di misure cautelari nelle quali, come è ormai purtroppo evidente, la custodia cautelare in carcere viene quasi sempre disposta solo sulla base della eventuale gravità del fatto contestato e non più in base all’esistenza in concreto delle condizioni previste per legge.

Ad esempio se un soggetto uccide con premeditazione un altro soggetto per ragioni legate a dissidi lavorativi è quasi certo, se non assolutamente certo, che la misura cautelare irrogata sarà la detenzione in carcere quando, invece, la specificità della motivazione del delitto, unitamente alla valutazione delle altre condizioni previste dalla legge (reiterazione e pericolo di fuga) dovrebbero far ragionevolmente propendere per l’applicazione di altre misure secondo una scala che dovrebbe considerare la carcerazione preventiva solo come l’extrema ratio.

Tornando al tema, bisogna anzitutto sottolineare che tale tipo di trattamento riguarda solo coloro che giungono in udienza già privati della libertà, perché in stato di fermo o arresto, o in custodia cautelare.

In questi casi, la valutazione circa la privazione per tali imputati di poter sedere accanto al loro difensore dovrebbe essere particolarmente scrupolosa poiché si tratta, a tutti gli effetti, di cittadini innocenti sino a sentenza definitiva di condanna e, pertanto, l’impossibilità di assistere al processo accanto al proprio difensore viola, come già detto, palesemente il principio di parità tra le parti, oltre a quello del giusto processo e della presunzione di innocenza.

Per di più, stante la portata giornalistica che ormai rivestono molti processi, la disposizione diseguale delle parti in causa ha un forte valore simbolico, enfatizzato appunto dalla esposizione mediatica degli imputati.

Ne deriva che la privazione della libertà all’interno delle aule di giustizia è il frutto marcio di un mero automatismo e il risultato di una prassi che mette simbolicamente l’imputato in una situazione di pre-colpevolezza.

Detto ciò, chi scrive ritiene importante analizzare anche il punto di vista della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Nella sentenza Khodorkovskiy e Lebedev v. Russia, la Corte afferma che la collocazione nel corso dell’udienza all’interno di un gabbia metallica può costituire trattamento degradante. Nella sentenza Yaroslav Belousov v. Russia, del 4 ottobre 2016, precisa che ciò vale sempre per le gabbie metalliche (e dunque per i cosiddetti “gabbiotti”), ma che per i box di vetro o plexiglass.

Nel caso di Belousov, la Corte ha ravvisato una violazione dell’art. 3, oltre che del diritto di difesa dell’imputato, garantito dall’art. 6 comma 3 lettere (b) e (c) della Convenzione e riguardante la partecipazione effettiva al processo ed all’assistenza difensiva. Il ricorrente, che aveva peraltro subito una detenzione provvisoria ingiustificata, era stato posto nel box di vetro senza una valutazione concreta del caso, per tutta la durata del processo (diversi mesi). In ragione di tale collocazione non aveva potuto “comunicare riservatamente con il proprio difensore se non attraverso microfoni/altoparlanti posti sul vetro ma in prossimità della polizia penitenziaria, senza poter scambiare appunti”. Un passaggio della sentenza è particolarmente significativo rispetto agli effetti umilianti e degradanti che la Corte ritiene derivino dalla collocazioni nei box o nelle celle: “da ultimo, la Corte non trova argomenti convincenti per ritenere necessario tenere rinchiuso un imputato in una gabbia durante il processo per contenerlo fisicamente, per prevenire la sua fuga, per contenere comportamenti disordinati o aggressivi, o proteggerlo da aggressioni esterne. Il confinamento nella gabbia quindi può essere difficilmente inteso in modo diverso dal voler degradare o umiliare la persona ingabbiata. È quindi evidente il significato umiliante e degradante di una persona rinchiusa in una gabbia durante il processo”. Da ultimo merita di essere citata la sentenza Valyuzhenich v. Russia, del 26/03/2019, nella quale la Corte ha stabilito che “costituisce un trattamento degradante, in violazione dell’art. 3 CEDU, la detenzione in una gabbia metallica del ricorrente durante le udienze del processo penale in cui è imputato, con la conseguente compressione del suo diritto di difesa, stante l’impossibilità di conferire con il suo legale, e con l’effetto per lui umiliante di apparire un pericoloso criminale, in violazione del principio di presunzione di innocenza”. Ancora una volta la Corte parla di effetto umiliante per l’imputato, e di presentazione dello stesso come “pericoloso criminale”.

Tornando ora da dove siamo partiti, e quindi dal caso di Ilaria Salis, chi scrive ha un dubbio.

L’enorme clamore mediatico suscitato dal caso in questione, pur in presenza di numerosi altri nostri connazionali detenuti all’estero in condizioni certamente non più confortevoli di quelle della Sig.ra Salis e dei quali il pubblico non conosce nemmeno i nomi, mi fa venir in mente l’insegnamento di un grande Maestro il quale diceva che “A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca“.

In questo caso il cattivo pensiero è che questo enorme interesse per la vicenda in questione celi in realtà delle ben precise finalità politiche posto che, come è noto, l’attuale Presidente del Consiglio ha con l’Ungheria e con il suo Presidente Orban un rapporto politico privilegiato fonte, spesso, di accese polemiche da parte della attuale opposizione.

Questo sospetto viene per la verità avvalorato anche dal fatto che, sempre esponenti della opposizione, imputino all’attuale Governo il fatto che, dati appunto gli stretti rapporti politici con l’Ungheria, non si facciano abbastanza sforzi per risolvere il caso.

Bene, chi scrive trova strano, anzi stranissimo, che coloro i quali un giorno sì e l’altro pure si stracciano le vesti a difesa dell’indipendenza della Magistratura trovino normale che, invece, nel caso in questione il Governo dovrebbe intervenire facendo pressioni politiche nei confronti del Governo Ungherese – e di Orban in particolare – affinchè quest’ultimo, a sua volta, eserciti la propria influenza sulla Magistratura ungherese al fine di risolvere la situazione.

Da quello che è dato sapere, la Magistratura ungherese, almeno in linea teorica, è anch’essa dotata di autonomia quindi, secondo un ragionamento puramente logico, tale autonomia dovrebbe essere oggetto di difesa e non di attacco.

Ma, si sa, viviamo in tempi nei quali la ragione dorme ormai da molto tempo e i mostri che tale sonno ha generato purtroppo hanno raggiunto la piena autonomia.