Walter Virga
“La perfezione è di per sé imperfezione.” – Vladimir Horowitz
Vladimir Horowitz, nato a Kiev nel 1903 e naturalizzato statunitense, è stato uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi e ha lasciato un’impronta incancellabile nella storia della musica classica.
Horowitz a soli 17 anni tenne il suo primo concerto a Kharkov. La sua carriera internazionale decollò rapidamente, e ben presto si esibì nelle maggiori sale da concerto del mondo, incantando il pubblico con la sua interpretazione appassionata e coinvolgente delle opere di Chopin, Liszt, Rachmaninov e molti altri compositori.
Nel 1953, all’apice della sua fama, Horowitz si ritirò dalle scene per dodici anni, a causa di una profonda depressione. Il suo ritorno nel 1965 fu un vero e proprio evento.
La celebre frase di Horowitz “la perfezione di per sé è imperfezione” è una riflessione profonda che va ben oltre la mera tecnica pianistica. Essa tocca corde sensibili legate all’arte, alla vita e alla natura umana.
Horowitz, come molti grandi artisti, sentiva che la ricerca ossessiva della perfezione tecnica poteva soffocare l’espressione spontanea e l’anima di un’opera. Una nota suonata alla perfezione, ma senza emozione, risultava a suo avviso sterile e priva di vera bellezza.
L’imperfezione, secondo Horowitz, è intrinsecamente legata all’esperienza umana. Le piccole imperfezioni, le sfumature, le variazioni, sono quelle che rendono un’esecuzione unica e autentica.
Anche nella vita quotidiana, la ricerca della perfezione può portare a frustrazione e insoddisfazione ed infatti un saggio detto recita “l’ottimo è nemico del bene!”. La perfezione assoluta è un ideale irraggiungibile, mutevole, un concetto astratto che non tiene conto della complessità e della fragilità dell’esistenza umana.
L’affermazione di Horowitz ci invita a riflettere sul ruolo dell’imperfezione nell’arte e nella vita. Ci ricorda che la vera bellezza risiede spesso nella capacità di abbracciare le nostre imperfezioni e di trasformarle in qualcosa di unico e autentico e così facendo abbandonare quella “lussuria del risultato” che è alla base del fallimento dei modelli di vita occidentali la cui prova, direi più che tangibile, è data dal fatto che il sentimento più diffuso tra gli occidentali è, per l’appunto, l’infelicità.
