di Walter Virga
Negli ultimi giorni è balzata all’onore della cronaca la notizia di un’indagine della Procura della Repubblica di Caltanissetta che vede coinvolto un noto magistrato, il Dott. Michele Prestipino, attualmente in forza alla Direzione Nazionale Antimafia.
Secondo la Procura nissena il Dott. Prestipino avrebbe rivelato all’ex Capo della Polizia Gianni De Gennaro, ora presidente di Eurolink, il general contractor per la progettazione e la costruzione del ponte sullo Stretto, nonché ad un altro noto investigatore, vale a dire Francesco Gratteri, consulente della suddetta società per le questioni legate alla sicurezza, delle notizie riservate relative a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nelle procedure, ormai avviate, relative alla costruzione del Ponte.
Fatta salva la presunzione di innocenza, che vale per tutti, ed esprimendo un misto tra apprezzamento e stupore legato al fatto che, ma sarà solo un caso fortuito, in questo specifico caso, diversamente da quanto avviene quasi sempre, gli Uffici inquirenti sono riusciti a non far trapelare dettagli coperti dal segreto investigativo, la notizia in questione è solo lo spunto per affrontare un tema certamente più importante a livello generale.
Il tema è, per l’appunto, quello legato alla funzione della responsabilità di governo intesa come dovere di compiere delle scelte nell’interesse del Paese e, soprattutto, di difenderle sino in fondo perché le stesse sono state oggetto di approvazione da parte degli italiani che le hanno premiate conferendo la maggioranza parlamentare a chi le ha indicate nel programma elettorale.
Ed infatti, differentemente rispetto al passato, la famosa “discesa in campo” di Silvio Berlusconi del 1994 ha segnato uno spartiacque fondamentale nella politica italiana.
È a partire da quella data, come tutti sappiamo, che le coalizioni che si presentano alle elezioni propongono ai cittadini dei programmi chiari ed espliciti, impegnandosi a realizzarli nel caso di vittoria elettorale.
La scelta di avviare l’iter che porterà alla realizzazione del Ponte sullo Stretto non è stata un semplice orpello del programma elettorale dell’attuale compagine di governo ma è stata, visto che parliamo di ponti, un pilastro della visione politica della Lega e, in particolar modo, del suo Segretario, oggi Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, oltre che Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Salvini.
Giusto o sbagliato che sia, ad avviso di chi scrive non solo giusto ma giustissimo, la maggioranza degli italiani ha premiato la scelta di costruire il Ponte sullo Stretto considerandola, al pari di altre fondamentali riforme come quella della giustizia, un obiettivo da raggiungere per il bene degli italiani di oggi e di quelli che verranno.
Il punto è fondamentale.
Porsi quale obiettivo, e chiederne l’approvazione al popolo italiano, la costruzione di un’infrastruttura per la cui realizzazione ci vorranno ovviamente molti anni, esula dalle semplici promesse elettorali a cui purtroppo siamo abituati, poiché non è dato sapere chi sarà al governo quando l’opera sarà realizzata. Ciò significa che non si tratta di un obiettivo che guarda alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni.
Ciò detto, e ritenendo che sia un dovere verso l’Italia impegnarsi a realizzare ciò che si è promesso che, ripeto, non è una classica proposta ad effetto per racimolare qualche facile consenso nelle urne, come è uso dell’attuale opposizione, ma un obiettivo di lungo termine, risulta incomprensibile l’atteggiamento di chi, appunto dall’opposizione e dai suoi organi di stampa, muove critiche all’idea di unire con un ponte Calabria e Sicilia, non sulla base di elementi concreti, ma su semplici suggestioni, sperando così di far leva sulle paure degli italiani, quasi che gli stessi siano dei bambini incapaci di valutare.
In particolare, al di là delle posizioni di chi sventola fantomatici studi che dimostrerebbero l’impossibilità tecnica di realizzare il Ponte – come se il Ministro Salvini fosse talmente ingenuo da proporre un cavallo di battaglia elettorale senza prima aver valutato se lo stesso possa essere realizzato alla luce delle attuali conoscenze tecniche e scientifiche –maggior stupore, e maggior preoccupazione, merita la posizione di chi insiste a dire che il Ponte non deve essere realizzato perché, unendo due Regioni ad alta infiltrazione della criminalità, sarebbe troppo alto il rischio che le mafie possano trarne profitto.
Ora, al di là del fatto che le mafie sono purtroppo infiltrate in tutto il territorio nazionale, quindi relegarne l’influenza ai soli territori calabrese e siciliano appare francamente offensivo per gli abitanti di quelle terre, resta la circostanza che non realizzare un’opera fondamentale per lo sviluppo del Paese perché potrebbe far gola alla criminalità è un’assurdità che non meriterebbe nemmeno un commento se non fosse che è proprio su questa incredibile obiezione che si concentrano la maggior parte delle critiche al progetto del ponte provenienti dall’opposizione e dai suoi house organs.
Mi riferisco, in particolare, ad un articolo pubblicato pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano nel quale, a chiosa della notizia sull’indagine che ha coinvolto il Dott. Prestipino, si legge testualmente che “Qualsiasi persona di buon senso dovrebbe essere contraria alla realizzazione dell’opera…perché oggi vi è certezza che è in atto il condizionamento mafioso delle attività di impresa collegate alla realizzazione del Ponte”. Lo zelante redattore continua, poi, affermando che “Ciò dovrebbe indurre a un serio ripensamento il ministro dei Trasporti Salvini, promotore dell’ecomostro, ma la sua faziosità e inadeguatezza, nonché gli interessi in gioco, non fanno presagire nulla di nuovo e di buono”.
In sostanza la tesi proposta è quella che, siccome un’opera pubblica potrebbe attirare mire criminali, allora non bisogna realizzarla e, se comunque si decide di andar avanti nel progetto, ciò è imputabile alla “faziosità” e “inadeguatezza” di chi la promuove (cioè Salvini) e a non meglio precisati “interessi in gioco” che, dalla lettura complessiva del passo appena riportato, sembrerebbero di ben altra natura rispetto all’interesse nazionale.
Ebbene, se il livello è questo allora possiamo nutrire la speranza che quando il Ponte sarà realizzato – e lo sarà – probabilmente al governo del Paese ci sarà ancora una maggioranza non di sinistra.
Ed infatti, se il “ragionamento” del Fatto Quotidiano avesse un minimo di senso, bisognerebbe trarne l’ovvia conclusione che nessuna opera pubblica strategica dovrebbe mai essere realizzata in determinate Regioni italiane o, forse, in nessuna parte del territorio dello Stato.
Niente più ponti, quindi, ma nemmeno ospedali, autostrade, linee ferroviarie, scuole, caserme, carceri, aeroporti, e così via.
In sostanza, sempre secondo quanto affermato da una certa opposizione, la paura delle infiltrazioni mafiose, anziché spingerci a rafforzare i sistemi di controllo e repressione contro il malaffare, approfittando anzi dell’occasione per cogliere in fallo le mafie, dovrebbe condurci al totale immobilismo, con il risultato di far letteralmente deperire pian piano questo Paese, renderlo meno competitivo, estraniarlo dal contesto delle grandi Nazioni che, invece, in infrastrutture investono parecchio e così, alla fine, sconfiggere la criminalità organizzata semplicemente suicidandoci socialmente ed economicamente. Proprio una bella idea!
Due ultime considerazioni.
La prima: come scrivevo prima, la realizzazione del Ponte sullo Stretto è parte non solo integrante ma sostanziale del programma di Governo.
I cittadini, con buona pace di chi la pensa diversamente, si sono espressi favorevolmente al riguardo al momento del voto; il Governo stesso, con l’attribuzione della delega alle infrastrutture proprio al Ministro Salvini, considera l’opera in questione strategica ed indifferibile.
Ciò comporta che è non solo un diritto ma, soprattutto, un dovere andare avanti per la strada intrapresa e realizzare gli impegni presi con gli elettori.
La seconda: già in passato, guarda caso proprio nei confronti del Ministro Salvini, all’epoca alla guida del Ministero degli Interni, si è pensato che l’adempimento del proprio dovere di governare, in quel caso tutelando la sicurezza dello Stato, non solo fosse un’eresia ma, addirittura, un reato!
Mi riferisco, ovviamente, al caso “Diciotti – Open Arms” nel quale Matteo Salvini, per aver negato lo sbarco in territorio italiano ad alcuni clandestini irregolari, non solo è stato indagato, ma anche processato – per ben tre anni – con l’infamante accusa di sequestro di persona!
Ovviamente il processo, con un esito scontato sin dall’inizio, si è concluso con un’assoluzione piena con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste”.
Ma in quei tre anni abbiamo dovuto assistere, e da contribuenti pagare, allo spettacolo indecoroso di un Ministro che, solo per aver fatto ciò per il quale aveva giurato, è dovuto stare alla sbarra come un componente dell’anonima sequestri.
Se da un lato tutto ciò, come scrivevo, mi rassicura sulla lunga permanenza al governo dell’attuale maggioranza, dall’altro mi preoccupa perché nelle democrazie evolute, e noi dobbiamo esserlo, l’opposizione deve avere un’importante funzione di controllo e non soltanto limitarsi ad evocare fantasmi.
Ma, evidentemente, questa considerazione politica non può essere fatta propria da chi, per principio, non accetta che la maggioranza degli elettori possa pensarla diversamente considerandoli, sempre per principio, quasi moralmente inferiori; ma si sa, questo è un vizio storico e duro a morire della sinistra.
