Chi scrive ha memoria, nonostante all’epoca fosse un adolescente, dell’esatto momento in cui, spinti da una furia giacobina che non si ravvisava da più di due secoli, gli italiani, festanti e soddisfatti, scardinarono il sistema delle guarentigie parlamentari attraverso un esito referendario che, di fatto, abolì il sistema delle immunità parlamentari.

Ora, sebbene il sottoscritto sia un giurista, non è questa la sede, e comunque mancherebbe lo spazio a disposizione, per analizzare funditus il perché tali guarentigie esistono pressoché in tutto il mondo occidentale né, men che meno, per affrontare lo spinoso problema dell’abuso delle stesse.

Il punto è un altro.

E cioè: ha senso consentire a determinati soggetti di godere di alcuni diritti “ulteriori” rispetto a quelli spettanti alla cittadinanza in generale? In altri termini: È utile (sovrapponendo la categoria dell’utilità a quella della Giustizia, secondo l’insegnamento gius-economico)al giorno d’oggi che “alcuni” abbiano più guarentigie di “altri” pur all’interno di un sistema di vigente eguaglianza formale e sostanziale?

A scanso di equivoci e per dare al lettore la possibilità di conoscere subito il punto di vista dello scrivente, dico sin d’ora che la mia risposta è incondizionatamente affermativa.

Ed infatti, addentrandoci nell’ordito costituzionale che, come è noto, accoglie il principio di separazione dei poteri, pur anche in assenza di un effettivo sistema di check and balance come sarebbe stato certamente preferibile, è evidente che la declinazione della Sovranità avvenga mediante il sistema della delega elettorale per cui, ed è un dato di fatto, pur la sovranità stessa appartenendo al Popolo, che la esprime nei modi e limiti della Costituzione, essa alla fine viene “concentrata” all’interno delle Camere elettive, le quali si compongono di Deputati e Senatori che, appunto, sono immediata, evidente e diretta espressione della volontà popolare la quale, essendo necessario che il Sistema possa funzionare, si concretizza infine attraverso il principio maggioritario secondo cui chi vince le elezioni (in un modo o in un altro, in dipendenza dai bizantinismi delle leggi elettorali) ottiene più consenso di chi le perde.

Ora, l’espressione della Sovranità, la cui epifania è il voto, investe l’eletto di particolari peculiarità, alcune direttamente desumibili dalla Carta, altre derivanti da ciò che la Carta stessa esplicitamente non dice ma necessariamente comporta (come, ad esempio, il giusto limite nell’utilizzo delle proprie speciali prerogative, fatta salva la considerazione per cui la valutazione della “giustezza” di un limite attiene all’etica e non al diritto).

Dal punto di vista strettamente testuale, infatti, l’art. 67 della Costituzione è chiarissimo nell’affermare che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” sicché, come è di palmare evidenza, la Nazione, intesa come insieme organizzato di funzioni sovrane, è appunto rappresentata dall’eletto che, in quella veste, a sua volta incarna la volontà popolare che si sostanzia, per declinazione naturale, nella sovranità cui fa riferimento l’art. 1 della Carta.

Tale principio è talmente centrale nel Sistema che la Sovranità, una volta espressa attraverso la delega elettorale, consente all’eletto di svincolarsi dai desiderata degli elettori potendo egli agire in “scienza e coscienza” assumendo, al momento del voto in Aula, la posizione che ritiene più opportuna.

Ciò non significa, salvo a voler cadere in un infantile populismo purtroppo oggi molto a la page, che l’eletto “fa come gli pare” ma, all’opposto, che può valutare di volta in volta le proprie decisioni senza essere legato ad una precisa, quanto in realtà fumosa, volontà popolare che, sia consentito ricordare, non è voluntas Dei.

Ora, ed entrando nel merito del ragionamento, al momento della assunzione delle funzioni di Parlamentare l’eletto gode di una serie di prerogative – privilegi per i detrattori, guarentigie per chi invece conosce un minimo il Sistema – che, in effetti, lo pongono in una posizione differente rispetto alla generalità della popolazione.

Tra queste guarentigie, tralasciando quelle inopinatamente eliminate dalla furia giacobina referendaria della quale oggi patiamo le nefaste conseguenze, vi è quella per cui un parlamentare della Repubblica, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, non può essere sottoposto “ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza” (art. 68, comma 3 Cost.).

Ma, si sa, fatta la legge trovato l’inganno sicché, il problema si è spostato dall’intercettazione diretta, che deve essere autorizzata per espresso dettato costituzionale, a quella “indiretta”, vale a dire surrettiziamente rivolta ad altro soggetto ma, di fatto, riconducibile al parlamentare nonché a quella “casuale” che coincide con la captazione di interlocuzioni nelle quali “per caso” emerge la partecipazione di soggetti titolari di guarentigie (celebre il caso delle intercettazioni “casuali” ai danni dell’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano).

Ebbene, il paziente lettore avrà ormai compreso l’ottica dello scrivente che, sul punto, è molto chiara: giammai una conversazione di un parlamentare dovrebbe, anche se fortuitamente captata, essere utilizzata in alcun modo.

E ciò perché, inutile a dirsi, il confine tra il fortuito, il casuale, l’indiretto ed il dolosamente premeditato, alla luce dei moderni strumenti a disposizione di chi indaga, sfuma sino al punto da rendere “casuale” una attività di indagine che, invece, sin dall’inizio, si basa (o può basarsi) sulla piena consapevolezza da parte degli Organi inquirenti della presenza di un appartenente al Parlamento in un determinato luogo ad una determinata ora ed alla presenza di determinate persone.

Ed ecco che arriviamo allo “strano caso” del Dott. Cosimo Ferri.

Il predetto, all’epoca dei fatti (2019) era membro della Camera dei Deputati e, nel pieno esercizio non già di una guarentigia, ma di un pieno diritto costituzionalmente garantito pressoché in ogni parte del mondo, aveva in programma di riunirsi presso un Hotel romano insieme a dei suoi ex colleghi, alcuni dei quali componenti del CSM all’epoca in carica, nonché alla presenza di un altro parlamentare.

Siccome però né il sottoscritto, né tantomeno il paziente lettore, è un ingenuo alla stregua del Candido di Voltaire, dico subito che è evidente che siffatta riunione avrebbe certamente trattato temi lavorativi e che, quindi, il rischio che si affrontassero discussioni non già illecite (ed infatti non vi è notizia alcuna di reato almeno nei confronti del Dott. Ferri) ma certamente “inopportune” era altissimo. Ed infatti così è stato….ma sul concetto di opportunità mi permetto di ricordare che trattasi di un principio generale che, come tale, è più rimesso alla valutazione etico-concreta che ad una categorizzazione effettiva delle ipotesi in cui tale fattispecie ricorre: in altri termini, e non a caso, nessun reato ha quale elemento costitutivo “l’inopportunità” di un fatto; sicché il discorso si sposta, semmai, sul piano deontologico o disciplinare del quale, però, allo scrivente poco importa alla luce dei ben più centrali problemi che il “caso Ferri” solleva.

Dunque, come si diceva prima, il “caso” volle che la conviviale riunione vedesse tra i vari partecipanti un Magistrato sottoposto ad indagine da parte dell’Autorità giudiziaria per ipotesi delittuose le quali, a norma di legge, consentivano l’utilizzo del così detto “trojan”, vale a dire un virus informatico che viene inoculato all’interno di un dispositivo mobile, quale un cellulare, e permette agli inquirenti di ascoltare tutto ciò che viene detto nelle vicinanze del dispositivo stesso.

Orbene, e sempre per amor di sincerità verso il lettore, chi scrive ritiene che tale invasivo e violento metodo di acquisizione della prova dovrebbe essere consentito soltanto nei confronti delle indagini afferenti ai più gravi reati previsti dal Codice ma, all’opposto, sempre per il giacobinismo ormai imperante, così non è, sicché è ben possibile che per fatti ipoteticamente corruttivi il solerte Agente della Polizia giudiziaria possa ascoltare le “conversazioni” avvenute, ad esempio, nella camera da letto di un indagato…ma tant’è, questa è la legge e non si vedono attualmente spiragli affinché il legislatore voglia prendere le distanze da metodi simili a quelli utilizzati dalla Stasi in ben altri contesti ed epoche.

Tornando alla vicenda che ci occupa, durante quella riunione conviviale i partecipanti, tra cui l’allora On.le Ferri, ebbero ad esprimere valutazioni, considerazioni, sfoghi e, finanche, strategie afferenti la politica delle nomine giudiziarie apicali che, di lì a poco, avrebbero dovuto essere oggetto del lavoro del CSM.

Ciò, di fatto, sarebbe perfettamente legittimo ad avviso di chi scrive se non per il fatto che tra i partecipanti era presente un esponente politico in qualche modo interessato alle vicende riguardanti la futura nomina del Procuratore della Repubblica di Roma. In ciò sta l’inopportunità e chi scrive non vuole certamente celarla.

Epperò, come scrivevo in precedenza, trattasi di inopportunità e non già di attività delittuosa sicché, come è normale, la valutazione si sposta sul piano deontologico e disciplinare e non già su quello penale.

Questa è, a monte, una considerazione di non poco momento.

Ed infatti, se le opinioni eventualmente espresse dai partecipanti, ed in particolare dall’On.le Ferri, non hanno integrato (ed è difficile a dir il vero che una opinione possa farlo) gli estremi di un reato, per quale motivo le stesse sono state dapprima cristallizzate e successivamente utilizzate per il tramite dell’utilizzo di un trojan?

Se questa considerazione di carattere generale vale per tutti i cittadini, a maggior ragione vale per un Parlamentare che, come in precedenza ricordato, gode della guarentigia di cui all’art. 68, comma 3 della Costituzione.

Entrando nel merito, vi è da dire che a fronte dello sdegno diffuso tra alcuni tra i più lucidi (o meno opportunisti) cultori del diritto costituzionale, ma anche degli osservatori più attenti, si è assistito ad un imbarazzante silenzio da parte dei più alti Rappresentanti della Camera dei Deputati che, a dir il vero, avrebbero non già potuto ma dovuto difendere non certamente l’interesse singolo dell’On.le Ferri, ma il sistema delle guarentigie che non può essere bypassato da un Pubblico Ministero e men che meno da un Funzionario della Polizia Giudiziaria.

Fatto sta che ai partecipanti alla riunione, seppur in modo diverso a causa di un incomprensibile algoritmo di politica giudiziaria, è toccata prima la classica gogna mediatica e poi bizzarre sanzioni disciplinari da parte di un CSM assolutamente impermeabile al principio di dosimetria della pena a seconda delle effettive responsabilità (concetto che, ricordo a me stesso, si studia al terzo anno di giurisprudenza…).

Destino non diverso per l’On. Ferri.

Ed infatti anche quest’ultimo, benché fuori ruolo dalla Magistratura proprio perché componente della Camera dei Deputati, è stato sottoposto a procedimento disciplinare (uno tra i tanti visto che, sostanzialmente, allo stesso non è mai stata perdonata prima la rapida ascesa nell’associazionismo giudiziario, poi la decisione di dedicarsi alla politica ed infine, ma a far da fil rouge, le posizioni conservatrici unitamente ad una sorta di tentativo di “compromesso storico” tra la corrente della quale era stato leader e la corrente, di differente matrice culturale ed ideologica, della quale invece, guarda caso, era stato a sua volta leader il Magistrato portatore del trojan).

Nell’ambito di tale procedimento le captazioni de quibus rivestivano un ruolo determinante trattandosi, in sostanza, di dover giudicare disciplinarmente dei discorsi e dei pensieri e non già dei fatti di cui poter allegare una prova concreta.

A questo punto, seppur dopo l’iniziale imbarazzante silenzio, la Camera dei Deputati, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di quelle intercettazioni considerate non fortuite o casuali ma indirette se non preordinate (dagli atti di indagine era emerso infatti che tutti, tranne forse l’usciere della Procura inquirente, sapevano che a quell’incontro avrebbero partecipato ben due parlamentari, tra cui Ferri) decise in ordine all’illegittimità delle stesse svuotando, quindi, del tutto il fascicolo accusatorio disciplinare innanzi al CSM che, invece, sostanzialmente si basava soltanto sulle risultanze di quell’origliare a volte maldestro (il trojan, si scoprirà dopo, era estremamente selettivo in ordine al suo funzionamento in presenza di certi personaggi o di altri…).

Come consentito dalla legge, la Sezione disciplinare del CSM si determinò allora a sollevare il conflitto di attribuzioni innanzi alla Corte Costituzionale ritenendo, mi si voglia scusare la banalizzazione, di essere stato privato di una sua prerogativa che, a ben vedere, sembrerebbe essere quella di poter giudicare un incolpato a prescindere dal metodo utilizzato per assumere le prove a carico di questi.

Instauratosi il giudizio innanzi alla Consulta quest’ultima, con sentenza n. 157/2023, di fronte ad un caso così mediaticamente esposto, e le cui conseguenze avrebbero potuto essere dirompenti, facile infatti immaginare in caso di condanna del Dott. Ferri la comminazione della massima delle sanzioni disciplinari, rifugiandosi di fatto in un tecnicismo giuridico, certamente molto elegante dal punto di vista delle argomentazioni, ritenne da un lato imprescindibile la salvaguardia delle guarentigie parlamentari ma, nel caso concreto, mal esercitato il potere della Camera dei Deputati in ordine alla valutazione del caso concreto ritenendo, sostanzialmente, carente il giudizio in ordine alla valutazione delle intercettazioni come “indirette”, e quindi soggette ad autorizzazione, ovvero “casuali”, e quindi utilizzabili solo a seguito di autorizzazione successiva.

Da qui l’accoglimento del ricorso della Disciplinare del CSM con rinvio alla Camera dei Deputati con il precetto che la stessa, nel rianalizzare il caso, dovrà attenersi al principio di “leale collaborazione”.

Alcune considerazioni appaiono a questo punto ineludibili già sul piano concreto.

Ed infatti, come è emerso dall’ampia istruttoria svoltasi prima in sede disciplinare e poi trasfusa nel fascicolo del Giudice delle Leggi, è certo il dato che nelle intercettazioni captate sull’utenza telefonica del Magistrato oggetto di indagine il nome di Cosimo Maria Ferri compaia ben 421 volte; altresì è certo che precedentemente rispetto alla famigerata riunione all’Hotel Champagne vi sia stata una intensa attività di pedinamento, monitoraggio e acquisizione fotografica che ha visto destinatari proprio il Magistrato indagato e l’On. Ferri.

Egualmente non è stato in alcuna sede contestato il fatto che il “locus commissi delicti” (che poi delitto non era), vale a dire il prima menzionato albergo Romano, era notoriamente il luogo di dimora dell’On.le Ferri nelle sue frequentissime, se non costanti, trasferte romane.

Ora, non me ne voglia alcuna Autorità giudiziaria precostituita ma ritengo che, per dovere di onestà intellettuale, si debba aver maggior rispetto della Logica.

Se i dati prima elencati, ma a spulciar le carte se ne trovano anche altri, sono veri, e lo sono non foss’altro perché mai smentiti nemmeno dalle parti avverse, come è solo lontanamente plausibile l’idea che quella famigerata notte tra i giorni 8 e 9 di giugno del 2019 la presenza dell’On.le Ferri insieme all’indagato portatore del trojan fosse solo casuale o, per meglio dire, come si può seriamente ipotizzare che casuale sia stato il fatto di averli intercettati insieme?

Come è, infatti, possibile ipotizzare che né i titolari dell’indagine, né gli esecutori materiali delle attività investigative (vale a dire i soggetti addetti a spegnere ed accendere il trojan a seconda delle esigenze) sapessero che alla riunione avrebbe partecipato l’On.le Ferri (oltre all’altro parlamentare presente)?

In più, a corroborare tale dubbio, vi è la constatazione che uno dei PM titolari dell’inchiesta “madre” aveva formalmente ammonito la Polizia giudiziaria di cessare ogni captazione in presenza di soggetti tutelati da guarentigie costituzionali.

Insomma, nella speranza (oscillante in certezza) che la Camera dei Deputati chiamata a pronunciarsi saprà far ciò che deve, vale a dire tutelare la propria dignità di fronte ad un illegittimo metodo di svolgimento delle indagini ai danni di un suo rappresentante, mi siano consentite alcune brevi considerazioni conclusive.

Capita, sovente, che alcuni concetti entrino a far parte del dire comune quasi come dei mantra dei quali, pur ripetendoli ossessivamente, non si conosce il significato.

Uno di questi “mantra” è quello della separazione dei poteri.

Sin dai tempi della sua prima ideazione ad opera di Platone nella Repubblica e di Aristotelenella Politica, seguita poi dalla più nota e citata formalizzazione ad opera di Montesquieu, infatti, la separazione dei poteri viene osannata quale uno dei principali fondamenti dello Stato di diritto.

In effetti è così.

Ed infatti senza un Parlamento che legifera liberamente non si avrebbero leggi atte a tutelare il bene collettivo così come senza un Esecutivo in grado di operare con autonomia, l’attività dello Stato si arresterebbe e, infine, senza un Ordine giudiziario autonomo (nel senso di terzo rispetto ai contendenti e scevro da logiche di appartenenza) non si avrebbero sentenze giuste almeno dal punto di vista tecnico.

Epperò in Italia, sin dalla sciagurata, precipitosa e pavida fuga all’indietro della politica degli anni 1992-1993, la divisione dei poteri viene declinata come forma ossessivamente ribadita di tutela della Magistratura (fattasi frattanto e per difetto di contraddittori credibili “Potere” e non più “Ordine”) di fronte a paventate aggressioni in grado di ridurne la sua autonomia.

A ben vedere, però, ed in limine la considerazione per cui alcuni Paesi nei quali l’Ufficio requirente è in qualche modo legato all’Esecutivo (Francia e Stati Uniti per citarne alcuni) non mi sembra siano propriamente delle desolate dittature prive dei basilari diritti umani, un conto è la rivendicazione di una sacrosanta autonomia intesa come potere e diritto di conservare la terzietà all’atto del decidere, altro è considerare l’autonomia come potenzialità di dotarsi di una sorta di autodichia o, peggio, di una autoreferenzialità etica, che impedisce agli altri soggetti in campo (Esecutivo e Legislativo) di svolgere le proprie legittime prerogative.

Tra le prerogative spettanti al Potere legislativo vi è quella legata alle guarentigie dei suoi appartenenti che, proprio per poter svolgere in autonomia ed indipendenza (ebbene sì, non solo i magistrati devono godere di tali attributi) il loro Ufficio, che è diretta emanazione della Sovranità, devono poter godere di alcuni diritti legati alla loro funzione tra cui quello, almeno a Costituzione vigente, di non essere intercettati se non previa autorizzazione della Camera di appartenenza e di godere della inutilizzabilità delle intercettazioni casuali o fortuite, fatta salva la possibilità di autorizzazione successiva ai sensi dell’art. 6 della L. 20 giugno 2003, n. 140.

Chi, tra chi pratica il diritto si intende, in questo vede un “attentato” alla democrazia se non, addirittura, un vulnus al principio di eguaglianza, è in palese mala fede.

Non è, infatti, nemmeno ipotizzabile, nell’ambito di un sistema che tenga in equilibrio poteri differenti ma essenziali alla vita democratica, che la funzione legislativa non sia particolarmente protetta da possibili, seppur si spera improbabili e non frequenti, attacchi potenzialmente provenienti – ed in ciò sta il punto – non già da un altro “Potere” dello Stato ma da un “Ordine” atomisticamente composto da diverse migliaia di soggetti ognuno autonomo e differente dall’altro solo per funzioni esercitate.

Abbiamo già avuto casi di Governi espressione di Camere legittimamente elette, e quindi incarnanti la Sovranità popolare, costretti alle dimissioni a causa di corto circuiti mediatico giudiziari e, in tutta onestà, non sarebbe un bene che ciò si ripetesse.

A conclusione, quindi, nell’augurarsi che il legislatore intervenga per eliminare quella zona grigia nella quale è facile far passare per fortuito ciò che invece è preordinato, chi scrive si sente di essere tutelato e non già offeso dalla presenza delle guarentigie dei parlamentari al punto da sperare che alcune possano essere reintrodotte; ma, come dicevo all’inizio, non essendo io stato partorito dalla penna di Voltaire questo non è il migliore dei mondi possibili.

Walter Virga