di Walter Virga

Con grande clamore mediatico è stata diffusa la notizia del sequestro milionario che, su richiesta dei PM di Firenze e disposizione del GIP, è stato disposto nei confronti di Marcello Dell’Utri e…della moglie!

La “causa prima” – per scomodare Aristotele – sarebbe quella della violazione dell’obbligo di comunicazione dei flussi che causerebbe a Dell’Utri, destinatario della sentenza che lo ha ritenuto responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa, appunto il sequestro delle somme che, a dire della Procura fiorentina e del pedissequo provvedimento del GIP, renderebbe illecite tali dazioni di denaro.

E fin qui nulla quaestio! La legge prevede, in casi come questi, l’obbligo di comunicazione dei flussi finanziari ricevuti dal soggetto che è stato ritenuto definitivamente colpevole di determinati reati (anche quelli “inventati” come il c.d. “concorso esterno”) e, pertanto, secondo il principio dura lex, sed lex, il Dott. Dell’Utri (e chissà perché anche la moglie) avrebbero dovuto rendere edotti gli organi preposti delle dazioni ricevute dal Presidente Silvio Berlusconi.

In un paese normale, nel quale, quindi, la normalità dovrebbe estendersi anche a chi ha il delicato compito di incidere, influire e determinare il corso della vita dei propri simili, la questione si sarebbe dovuta concludere qui: esiste una legge, essa non è stata rispettata, ne conseguono le conseguenze previste dalla legge stessa.

In un Paese normale, appunto!  

In Italia, invece la vicenda ha preso una piega ben diversa.

Si apprende dagli organi di stampa che la Procura fiorentina, con il “bollo” del pedissequo GIP di turno, abbia indugiato sulle ragioni che avrebbero portato a Dell’Utri quei denari e, udite udite!, tali ragioni risiederebbero nel prezzo pagato dal Presidente Berlusconi per ottenere atteggiamenti compiacenti di Dell’Utri in sede processuale e per ripagarne i traffici con la criminalità organizzata.

Già questo “teorema”, privo di qualsivoglia elemento non solo probatorio ma addirittura indiziario, non meriterebbe alcun commento perché, appunto, mero flatus vocis degli Organi inquirenti.

Ma vi è di più! Sempre secondo quanto diffuso dagli House Organ delle Procure (in questo caso fiorentina) il fatto che l’effettiva ragione delle erogazioni fosse quella, e cioè una remunerazione dei silenzi e dei servizi resi da Dell’Utri nei suoi contatti con la mafia, “corrobora l’ipotesi del suo coinvolgimento nel concorso in strage”.

Insomma, per dirla in parole semplici, quei soldi finanziavano l’organizzazione degli attentati avvenuti nel periodo delle stragi.

Ciò significa, seguendo la linea ricostruttiva dell’accusa che, pur a fronte di innumerevoli sentenze, decreti di archiviazione, autorevoli smentite etc., per una sorta di prosecutio (o, se preferite “persecutio”) ad infinitum, sulla scorta di un sequestro disposto per ragioni del tutto diverse, può trovare spazio una vera e propria teoria del complotto, che attraverso l’uso della ormai salma di Berlusconi (il quale sconta uno degli inconvenienti dell’essere morto che è, appunto, quello di non potersi difendere) pretende di narrare una realtà storica che in realtà non è mai esistita se non nelle menti di alcuni solerti, e per la verità anche certamente liberi da carichi di lavoro ben più urgenti, accusatori.

Che dire…ci si augura vivamente che prima o poi tutto ciò possa essere riposto nel luogo che merita che è, nella fattispecie, il dimenticatoio collettivo.